Con 145 voti a favore, il Senato ha approvato il decreto Minniti sull’immigrazione, con il maxi emendamento e la fiducia che ne blindava il testo. Che ora passerà alla Camera, per l’ultimo voto, ma che è quindi cosa fatta, essendo lì i numeri ancor più scontati di quelli del Senato. Il decreto – che comunque è stato in parte modificato accogliendo alcune osservazioni contenute negli emendamenti dei senatori – è uno dei due pilastri della gestione Minniti, insieme al decreto sulla sicurezza urbana, approvati insieme, non per nulla, dal governo (che così li presentava il 10 febbraio).

Minniti (più di Andrea Orlando, anche se entrambi i decreti sono in realtà farina dei due ministeri, Interno e Giustizia) continua così il suo periodo di buona, incensato dai giornali, anche e soprattutto di destra, per la sua capacità di gestione dell’ordine pubblico e lanciatissimo come uomo simbolo del governo Gentiloni e del Pd renziano (lui, con un passato da dalemiano di ferro).

E se delle contrarietà a sinistra (ecco cosa ci ha spiegato Giulio Marcon) e nelle città vi raccontiamo nel prossimo numero di Left, in edicola da sabato 1 aprile; se lì faremo parlare i sindaci che già annunciano disobbedienza, anche in Parlamento, nei banchi del Pd, si segnalano due voti in dissenso, quelli di Luigi Manconi e di Walter Tocci.

Su Left in edicola vi racconteremo quindi dei sindaci che esultano per i maggiori poteri che gli vengono attribuiti – soprattutto dal decreto sicurezza, che è quello, per capirci, del Daspo urbano, il divieto di accesso da sei mesi a due anni che i questori potranno dare tanto a chi spaccia quanto a chi staziona, cioè pure dorme, nelle stazioni – vi racconteremo del barese presidente dell’Anci Decaro e però Nardella, fino a Merola e Orlando; ma vi racconteremo anche di chi non esulta e anzi si preoccupa, tipo Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, o Mimmo Lucano, sindaco di Riace, provincia di Reggio Calabria, fino al sindaco di Sesto Fiorentino, Lorenzo Falchi.

Falchi, di Sinistra Italiana, alla nostra Donatella Coccoli, ad esempio, dice che il decreto Minniti «fa molta demagogia, prova ad affrontare un tema delicato come quello della sicurezza, criminalizzando il povero e non la povertà». «Non mi sembra che possa dare gli strumenti giusti per rispondere alle problematiche che esistono nei territori», continua Falchi: «ciò di cui avrei bisogno io è avere maggiori risorse contro la povertà e la marginalità sociale, non per nascondere i poveri».

Cose simili pensano però Manconi e Tocci, almeno del decreto immigrazione, che formalmente non hanno partecipato al voto, marcando però pubblicamente la loro contrarietà. Manconi, che è presidente della Commissione del Senato per la tutela dei diritti umani, definisce il decreto – quello sull’immigrazione – «gravissimo» soprattutto perché «introduce nel nostro ordinamento una sorta di giustizia minore e un diritto diseguale per una categoria, quella dei più vulnerabili». Il riferimento – differente quindi da Falchi, con cui si ragiona più del Daspo urbano e del dl sicurezza, criticato perché finisce per confondere sicurezza e decoro – è a una delle misure che il governo ha immaginato per “l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché misure per il contrasto dell’immigrazione illegale”: l’abolizione dell’appello nelle procedure per le richieste di asilo. «I più vulnerabili», in questo caso, sono quindi gli stranieri, gli stessi che con l’approvazione del decreto potranno anche esser utilizzati per lavori socialmente utili senza obbligo di retribuzione da parte dei Comuni.

Una cosa sola a questo punto bisogna dire sul dissenso dei due dem. Soprattutto su quello di Tocci, che è all’ennesimo voto non allineato, dopo il jobs act, la buona scuola, la legge elettorale, la riforma costituzionale. Oltre al classico “che ci fai lì?”, un dubbio forse lecito è quello che solleva Peppino Caldarola, attento osservatore delle faccende della sinistra, in un post su facebook. Segnala Caldarola che Tocci sostiene Orlando al congresso del Pd (le primarie saranno il 30 aprile) e si chiede se questo non dimostri che l’opposizione a Renzi è tutta una “manfrina” (dimenticando in realtà che non è certo la prima volta che Tocci, come detto, vota diversamente da quanto indicato dal partito e dal governo).

Girata all’interessato la domanda, Tocci ci risponde così: «Eviterei», ci dice, «di tirare in mezzo il governo nel congresso. Altrimenti diventa tutto troppo complicato, compresa la partecipazione al congresso stesso».

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