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«Lavori per non pensare a che lavoro fai per chi ti chiede sempre di più. La paura non serve a nulla. L’amore al peggio ti fa dimagrire e non resta niente dei tuoi sogni, se da sveglio non valgono più» cantano i ragazzi de Lo Stato Sociale in “Sessanta milioni di partiti”, il brano che racconta al meglio come sono e che apre il loro ultimo album Amore, lavoro e altri miti da sfatare frutto di quasi due anni di lavoro. Lo Stato Sociale, lo si capisce già dal nome, non è una band come tante altre. I cinque bolognesi, Albi, Bebo, Lodo, Carota e Checco non hanno mai nascosto la loro passione per le “canzonette” e una certa anima pop, ma allo stesso tempo, fra cronaca e ironia, riempiono i loro brani di istanze sociali. «Abbiamo capito di essere un collettivo e l’importanza di questa parola, sempre meno usata e sempre più svuotata» spiegano. E allora chi meglio di loro, rappresentati per l’occasione da Bebo, per fare due chiacchiere sul mondo là fuori. Sulla politica che non interessa alla gente; sulla sinistra che non c’è; sull’avere trent’anni e non sapere dove sbattere la testa perché manca il lavoro, ma alla fine «finché c’è l’amore c’è speranza». E sulla musica, ovviamente.

Quali sono questi “altri miti da sfatare”?

Sono tutte quelle certezze che sono state pian piano smantellate dal Novecento in poi. Nel 2008 con l’arrivo dell’ultima crisi economica, abbiamo cominciato a mettere in dubbio molte di quelle che, fino a quel momento, erano le fondamenta della crescita personale. La nostra generazione, quella dei trentenni, si è affacciata su un mondo del lavoro completamente inesistente. Abbiamo assistito all’assassinio dell’Articolo 18, all’arrivo dei voucher e siamo stati traghettati nell’era Jobs Act. Non proprio il mondo fatto di stabilità e certezze che ci avevano raccontato. Gli altri miti da sfatare sono quelli che hanno conquistato la ribalta negli ultimi 10 anni. Facebook, per esempio, i selfie e il culto della personalità diffuso ad oltranza sui social, ma anche l’idea che il successo sia l’unico modo per sentirsi realizzati o il mito delle frontiere da alzare per proteggersi e la convinzione che i migranti ci rubino il lavoro e prendano 36 euro al giorno.

“Sessanta milioni di partiti” parla proprio di questo.

Il testo è uno spaccato piuttosto ampio di come guardiamo a quello che succede oggi. È una sorta di “bignamino” di quello che accade nel disco ed è la canzone a cui siamo più affezionati.

L’album è un ritratto fedele della vostra generazione. Quella dei millennials che i giornali spesso bollano come bamboccioni.

Raccontare la nostra generazione è complicato, ci siamo trovati di fronte a un guado e noi stessi siamo stati incapaci di dar vita a una nostra narrazione quando c’era il bisogno di essere compatti e tirare fuori delle istanze. Forse eravamo troppo occupati a ritrovare una bussola che era smarrita, perché ci stavano mettendo i bastoni fra le ruote dal punto di vista economico e sociale. Se già fatichi tu a saperti raccontare, non puoi certo aspettarti accuratezza dagli altri, soprattutto se parliamo dei media tradizionali che sono dei dinosauri. Quando ho letto Gli sdraiati di Michele Serra, avrei voluto dirgli «bella vez» ( “ehi vecchio” in bolognese) sono 50 anni che fai quel mestiere lì, c’hai tre quattro poltrone, due case, due famiglie, facile dire che noi siamo una generazione affaticata, quando tu te ne stai seduto comodo comodo su un trono del Novecento. A parte questo qualche forma interessante per raccontarci l’abbiamo trovata, ci sono dei bravi cantautori e dei bravi autori, Zerocalcare per esempio è uno che è partito dal movimento ed è diventato una star. Forse stiamo riprendendo un po’ in mano la narrazione, la possibilità di spiegarci ecco…

Nelle cuffie de Lo Stato Sociale

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