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Nel giorno della festa della Repubblica italiana, al Giardino Ritrovato di Palazzo Venezia suona la Piccola Orchestra di Tor Pignattara, un’orchestra romana di giovanissimi, i più piccoli delle cosiddette “seconde generazioni” Premio MigrArti 2017, questa band multietnica è composta da una trentina di ragazzi che hanno radici in ben undici diversi paesi del mondo (Filippine, Somalia, Egitto, Nigeria, Senegal, Romania, Francia, Ghana, Ecuador, Australia e Italia). Questa originale formazione è nata da un’idea di Domenico Coduto, per la direzione artistica di Pino Pecorelli, tra i fondatori e musicisti di un’altra realtà artistica interessante, quella dell’Orchestra di Piazza Vittorio. Un vero e proprio laboratorio, di musica e canto, quella dei ragazzi romani di Tor Pignattara, nato anche per promuovere il dialogo culturale e l’integrazione. Il 2 giugno alle 19 suonano ben dieci brani, di cui sei originali, che prossimamente potrebbero confluire in un’altra produzione discografica, avendo già all’attivo tre album e due videoclip, tra cui il recente Under, che ha ottenuto una grande esposizione mediatica. Il concerto del 2 giugno porta un titolo che fa ben sperare: Better days, la musica dei nuovi italiani. Che siano migliori per il progetto in sé e per quello che le nostre istituzioni potranno offrire a una simile realtà sociale. Proprio Pecorelli, che attualmente è alle prese con un nuovo spettacolo dell’orchestra, diciamo sorella maggiore, di Piazza Vittorio, ci racconta come è nato il progetto e con quali intenti, ma soprattutto qual è il grande sogno da realizzare.

Prima di tutto, complimenti per questo risultato, considerato che al bando hanno preso parte centinaia di associazioni che operano nel settore, giungendo voi al secondo posto. Che cosa presentate il 2 giugno al pubblico romano?
Il frutto di un percorso fatto durante l’anno con i ragazzi, ma anche quello realizzato per l’assegnazione di fondi, in occasione di questo bando, da parte del ministero, sensibile alle strutture culturali simili alla nostra. Un lavoro che, in realtà, è cominciato molto tempo fa e che, per la prima volta a Roma, ci vedrà fare un repertorio composto per la maggior parte di brani originali.

Qual è, dunque, il vostro repertorio?
Fino a oggi abbiamo spesso suonato un repertorio fatto di brani tradizionali o cover, che io portavo ai ragazzi come stimolo per vedere come suonare brani dai generi diversi, invece nel tempo è stato fatto un lavoro sulla creatività e cominciano ad arrivare i primi frutti. Abbiamo realizzato dei brani originali, scritti tutti insieme, per me questa è la maggiore delle conquiste.

Potendo creare loro, i ragazzi quale tipo di genere musicale prediligono?
Quello della musica leggera, declinata il più possibile in quello che è il gusto degli adolescenti. Pur provenendo dai quattro angoli del pianeta, i ragazzi vogliono suonare la musica che ascoltano qui e che li fa sentire simili ai loro coetanei che non suonano.

Quando è nata l’idea di realizzare questa realtà musicale, in un quartiere popolare come quello di Tor Pignattara?
L’idea è di Domenico Coduto, che è un operatore culturale che abita a Tor Pignattara e che nel 2012, guardandosi intorno, si è reso conto che la maggior parte dei ragazzi che frequentavano il quartiere parlavano uno straordinario romanesco pur avendo tratti somatici molto diversi tra di loro. Il progetto è nato anche, e sulla base, di quella che è stata l’esperienza dell’Orchestra di Piazza Vittorio. L’idea è quella di mettere insieme ragazzi di seconda generazione, figli di immigrati nati o cresciuti in Italia, figli di coppie miste presenti nel nostro territorio, insomma minori che abbiano un background culturale molto diverso tra loro. Nel tempo l’idea si è approfondita, abbiamo cominciato anche a coinvolgere i minori richiedenti asilo politico, minori non accompagnati, ed è diventato un laboratorio in cui convergono sia storie di immigrazione riuscita, ma anche ragazzi italiani. Ci sono poi i minori rifugiati, che hanno intrapreso viaggi molto complicati, i soliti barconi che arrivano in Sicilia, che vengono mandati da noi dalle strutture che li ospitano, soprattutto quando si accorgono di qualcuno che ha una certa predisposizione musicale o che manifesta la volontà di cantare e di suonare assieme a noi.

Parlaci della vostra organizzazione: in quale luogo vi incontrate, dove fate le prove?
Non c’è stato assegnato uno spazio dal Comune o dalla Regione, siamo un normale gruppo che paga una sala prove che sta in zona Colli Albani. Attraverso questo affitto facciamo le prove e siamo rigorosi in questo, il nostro è un percorso costante, dobbiamo dare una continuità ai ragazzi, per cui ci vediamo due volte a settimana: il lunedì e il venerdì. L’obiettivo, infatti, non è soltanto quello di formare dei musicisti, ma anche quello di dare consapevolezza che per la riuscita di un progetto, nel campo artistico come in altri, c’è bisogno di costanza, di regole, di attenzione.

Per quale ragione, il Comune, la Regione, o qualsivoglia istituzione pubblica, latitano, non dando uno spazio adeguato a un’iniziativa così importante? Ma voi, lo avete mai chiesto?
Venendo io da quindici anni di esperienza con l’Orchestra di Piazza Vittorio, ho smesso di chiedere perché ho visto, da spettatore per i primi anni, e poi da parte in causa, occupandomi di molti aspetti produttivi dell’orchestra stessa, che era inutile. Ho smesso di chiedere per non sentirmi dire “adesso ve lo diamo!” e poi non averlo; abbiamo ricevuto una serie di promesse, da tanti colori politici, ma l’unica attenzione che abbiamo avuto, e di questo ne siamo grati, è quella del Ministero dei Beni culturali che c’ha sostenuto con il finanziamento di questo bando.

Come fate a esistere, a continuare a fare attività?
Grazie ad alcune fondazioni private che ci alimentano. Ribadisco, questo di MigrArti è stato il primo momento di sensibilità da parte di una struttura pubblica, nella persona di Paolo Masini, che ci tengo a ringraziare particolarmente, perché ha un’attenzione particolare rispetto a progetti di questo tipo, che è un fenomeno raro nel panorama politico italiano/romano.

Perdonami se insisto, ma si parla tanto, soprattutto nella nostra città, dell’attenzione ai temi sociali, alla immigrazione, che non è possibile farsene una ragioneo. Ci sarebbe un luogo che vi potrebbe ospitare, anche a Tor Pignattara?
Sì, certo! Ma è un discorso più grande di noi. Gli spazi a Roma ci sono, ma vengono concepiti soltanto in virtù di quanto profitto producono perché c’è l’idea che anche la cultura deve produrre ricchezza. Invece, un quartiere, come quello di Tor Pignattara a esempio, dove proliferano attività commerciali di tutti i tipi, aperti 24 ore su 24, è surreale che non abbia spazi culturali che possano essere vissuti veramente dalla popolazione. Ci sarebbero spazi idonei, e gli effetti positivi di uno spazio dove i giovani, gli adolescenti possano andare a suonare con una guida artistica sarebbero più che positivi. Non lo dico perché lo facciamo noi, lo potrebbe fare chiunque.

Fate una sorta di selezione per scegliere i ragazzi per l’orchestra?
Cerchiamo di capire se i ragazzi che ci cercano sappiano un minimo suonare uno strumento o sappiano cantare perché non abbiamo i fondi per fare una scuola di musica, ma possiamo soltanto fare attività di musica di insieme. Cerchiamo di non lasciare nessuno fuori della porta, ma, logicamente, abbiamo vari livelli di capacità, abbiamo quello particolarmente bravo, come quello che ovviamente teniamo dentro perché è importante offrirgli un’opportunità. I ragazzi ci conoscono attraverso il sito, o con il passaparola oppure sono le strutture di prima accoglienza a parlargli di noi.

Mi parlavi prima della creatività, del fatto che da un po’ di tempo, rispetto alle scelte iniziali, i brani sono il frutto di un’espressione personale dei ragazzi, che si sentono anche al passo con i tempi. Quali sono i temi che inseriscono nelle canzoni?
Li scegliamo anche insieme e si parla di razzismo, dei ragazzi stranieri in generale, di immigrazione, ma ci sono anche le problematiche degli adolescenti, della difficoltà di confrontarsi con la società, si parla anche di amore. Si parla pure di speranza come nel brano che dà il titolo al concerto della serata del 2 giugno: Better days, la musica dei nuovi italiani. In sostanza, l’idea del testo nasce da un simbolico dialogo tra una mamma e un figlio durante uno dei loro terribili viaggi in mare per arrivare da noi. Il figlio chiede aiuto, chiede risposte alla mamma, che gli promette che senz’altro arriveranno giorni migliori.

Questi adolescenti, a parte quelli italiani, si sentono romani a tutti gli effetti?
Non si sentono, lo sono! È un’orchestra di romani. Ci tengo, sempre, a precisare che sono un gruppo di italiani che suona insieme perché sono stranieri. Sono romani pur non avendo gli stessi diritti, come i figli di genitori entrambi stranieri. Tra di loro ci sono tutte le sfaccettature dell’immigrazione, ma la cosa molto bella è la capacità di vivere tutte queste problematiche (permessi di soggiorno, etc) con grandissima capacità di condivisione: riescono a farsi carico dei problemi altrui con una naturalezza che noi adulti dovremmo imparare.

Le loro famiglie condividono la scelta dei figli di far parte di un’orchestra/band musicale così coinvolgente?
Moltissimo. Una sola cosa, noi ci teniamo che questo percorso non infici la loro carriera scolastica, infatti c’è una persona tra gli organizzatori, che si chiama Daniele Cortese, che si occupa proprio di questo; cerchiamo di essere vigili sul loro percorso scolastico e in questo chiaramente le famiglie ci chiedono un aiuto e c’è una collaborazione molto bella.

Il 2 giugno avete un pubblico ampio e presentate brani inediti.
Sì, ed è emozionante perché (ride) oggi non ci saranno solo i parenti.

A Tor Pignattara vi siete mai esibiti?
Adesso che ci penso, una sola volta, in una scuola.

Dopo questa bella esperienza, qual è il futuro dell’orchestra? Avete dei progetti?
Come prima cosa, speriamo che chi ci sostiene continui a farlo e di poter far crescere questo progetto. Il nostro grande sogno è quello di mettere insieme la Piccola Orchestra con quella di Piazza Vittorio, in un unico grande spazio dove i musicisti di quella di Piazza Vittorio diventino gli insegnanti di quelli di Tor Pignattara. Che si possa creare un posto a Roma, in Italia, dove gli stranieri possano fare musica assieme e restituire un po’ della bellezza di cui hanno goduto, e godono, con l’aver trovato fortuna in questo paese. La voglia di fare qualcosa insieme dipende dal trovare anche qualcuno che ci sostenga economicamente.

A proposito dell’orchestra, diciamo sorella maggiore, quella di Piazza Vittorio: cosa state preparando?
Stiamo preparando un debutto che faremo il 13 giugno a Lione con una rielaborazione del Don Giovanni di Mozart. Lo spettacolo durerà fino al 15 giugno, sul nostro sito ci sono tutte le informazioni. Proprio in questo momento sono a Pomezia per le prove, davanti alla sala dove c’è l’allestimento della nostra opera.

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