«Come si suol dire, il re è nudo. Qui non è in gioco il singolo precario, qui ci sono 1200 dipendenti a tempo indeterminato che fra un mese o due non sapranno cosa fare». Stefano Laporta, direttore, nonché a breve presidente dell’Ispra, parla davanti a decine di delegati sindacali e lavoratori dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. È venerdì 26 maggio e l’incontro, in diretta streaming, è stato organizzato perché 90 precari dell’ente pubblico di ricerca rischiano di essere licenziati. Chi arriva alla sede generale di Roma, all’Eur, nota subito gli striscioni dell’Usb che ha occupato alcuni locali. Ma le parole del dirigente, che ricopre l’incarico all’Ispra dal 2010, vanno oltre la situazione contingente dei 90 precari. Il quadro che viene dipinto è allarmante. Un «disavanzo strutturale esistente», «una situazione economica che pregiudica il funzionamento dell’ente», soldi che non bastano a coprire le missioni, salvo quelle pagate con fondi esterni. «Sembra che l’unico problema sia tenere dentro le persone, ma non è questo il problema – sottolinea il direttore -. Non abbiamo i reagenti nei laboratori e se accade un evento come l’incendio di Pomezia io devo chiedere di fare subito degli interventi, ma per i reagenti occorre un milione all’anno». Naturalmente i sindacati hanno fatto notare che «non si può scaricare sul precariato una faccenda che non è nuova», spiega Fabrizio Stocchi, responsabile della Cgil per gli enti di ricerca, ricordando anche che Laporta è lì da anni e che se non si riesce ad andare avanti nella gestione ordinaria ora che l’Ispra è chiamato a nuovi compiti «è proprio una follia». I precari dell’Ispra, come di altri Epr, sono “storici”, persone cioè specializzate che lavorano anche da oltre dieci anni. Con contratti a tempo determinato, sempre appesi a un filo. Adesso chi si trova a lavorare per progetti europei può stare tranquillo finché rientra nei 5 anni consentiti e finché partecipa a nuovi bandi, ma chi invece viene pagato con fondi ordinari, rischia di non vedersi rinnovato il contratto alla sua naturale scadenza. E il problema delle risorse, dicono all’Ispra, si trascina sin dalla nascita dell’ente stesso, nel 2008. Allora furono accorpati tre istituti che dipendevano direttamente dal Ministero dell’Ambiente: l’Apat per la protezione dell’ambiente, l’Icram che si occupava di mare e l’Infs, l’Istituto per la fauna selvatica. Solo che alla fusione non corrispose un adeguato finanziamento. Il ministro Prestigiacomo aveva previsto 100 milioni, ma nella finanziaria ne arrivarono 93 e poi da lì, un continuo sgretolamento, fino agli 81 attuali. Da allora sono stati persi circa 13 milioni cui l’Ispra fino a oggi era riuscito a sopperire attingendo a un “tesoretto” accantonato negli anni. Oggi è scomparso anche questo.

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