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La toccante lettera di Novella pubblicata nella rubrica di Concita De Gregorio su Repubblica del 6 giugno lascia con l’amaro in bocca.
Novella è una ragazza anoressica. Sta molto male e chiede aiuto.
Cosa si può fare?
Novella racconta che i curanti le hanno detto che non è lei a farsi del male ma è la malattia e «tu non sei la malattia». Giustamente Novella afferma allora: «Ah, no? E allora perché ve la prendete con me se non mangio?». Viene da chiedersi che cosa sia la malattia se non qualcosa che c’entra con la persona. Si tratta di un’alterazione organica o di una possessione demoniaca?
In effetti Novella di fronte ai medici che dimettendola dopo 5 mesi di ricovero le assicurano che «la malattia è in fase remissiva», risponde: «Credeteci pure, ha sogghignato il demone che mi porto appresso. Che mi porta a zonzo. Come quelle formiche nella cui testa certi insetti iniettano uova che diventano larve che gli mangiano il cervello e ci si siedono dentro. Lasciandole monche, morte che camminano. Fino a che la larva diventa mosca e decapita la formica per venire alla luce. Come quei film di fantascienza, dove uno spregevole essere minuscolo guida un gigante buono. È questa l’anoressia. Una larva assassina».
Novella è disperata ma conclude la sua lettera così: «Si può guarire dall’anoressia. Con pazienza, indulgenza, fiducia. E amore, per se stessi. Io ci sto provando. Io lo voglio».
Immediatamente pensiamo all’importanza di fornire risposte chiare e non forvianti sulle cause e sulla cura di queste malattie a Novella e a tutti gli altri che ne sofforno perché ahimè l’amore per se stessi non basta.
Ma dalle patologie del comportamento alimentare si può veramente guarire. E’ necessario però impostare un discorso coerente.
In medicina esiste l’obbligo dei mezzi e non dei risultati ovvero il medico deve utilizzare i metodi giusti per la cura di quella malattia.
L’impostazione del giusto trattamento non può prescindere dalle cause che hanno prodotto la malattia. La malattia non è un demone, non è frutto di un alterazione anatomica né funzionale del cervello. Ipotesi questa a lungo caldeggiata da una certa psichiatria ma che non ha mai avuto nessuna reale conferma.
La malattia della mente è prodotta all’interno del rapporto interumano. In particolare si struttura seguito di una reazione patologica, la pulsione di annullamento (Massimo Fagioli 1970), che fa sparire il rapporto umano che ha deluso. Da questo consegue che la ricerca della cura può essere fatta solo all’interno di un rapporto interumano che questa volta sia valido e non deludente. La psicoterapia quindi è la strada da percorrere. Occorre però capire bene che tipo di psicoterapia sia valida nell’immenso pannorama esistente.
Su Repubblica del 3 giugno (cronaca Firenze) era esposta l’iportanza attribuita alla Pet terapy nel reparto di neuropsichiatria infantile del Mayer di Firenze attuata on l’aiuto di alcuni cani. Leggiamo: «L’ingresso dei cani in reparto spegne la tensione e fa calmare i pazienti anoressici e bulimici» e «anche la sola presenza dell’animale aiuta i medici a comunicare con i pazienti». Poi quando arriva il momento del pasto «magari facendosi allungare un biscotto “insegnano” ad avere una relazione sana con il cibo». Seguono spiegazioni sui benefici della Pet terapy nei disturbi del compotamento alimentare che sarebbero confermati da studi scientifici. Infatti il primario Tiziana Pisano spiega che «i cani sono di aiuto perchè e permettono di ridurre i sintomi, e ci danno la possibilità di trovare una mediazione emotiva che ci apre un canale di comunicazione con gli adolescenti». E ancora scopriamo che «gli animali in base all’indole si dividono le attività: Budino è specializzato in esercizi di abilità, Polpetta invece è incline a ricevere affetto, Muffin va forte in entrambi questi aspetti. Poi c’è Mali che capisce solo l’inglese ed è un asso nello spezzare le barriere emotive. Infine Gallileo è un tipo allegro e curioso, quello che fa sorridere di più i ragazzi ricoverati».
Ma queste qualità/abilità non dovrebbero far parte della realtà umana dello psichiatra?
Non so se di questo passo si arriverà persino a proporre il cane che interpreta i sogni, magari scodinzolando un certo numero di volte. Probabilmente esistono degli psichiatri cani ma mi sembra improbabile che esistano dei cani psichiatri.
Proporre la Pet terapy come cura, seppur in concomitanza con altri trattamenti, è pericoloso in quanto si veicola l’idea che basta far cose interessanti o divertenti per stare meglio. I pazienti non sono stupidi e capiscono che se va bene tutto per “la cura” significa che in realtà non va bene niente ovvero che niente è veramente risolutivo.
Qualsiasi attività può essere potenzialmente utile nel promuovere il benessere del paziente rispetto magari all’isolamento e al disinteresse che spesso vive in famiglia ma non si può parlare di cura perché al più serve a farlo stare temporaneamente un po meglio ma non cambia nulla di fondo. Anche portare le ragazze anoressiche a divertirsi a Gardaland le può far stare un pò meglio ma siate sicuri che non cambierà di una virgola il loro pensiero. Ancora se alla persona bulimica assetata dò da bere questo la farà stare meglio alleviandole la sete ma la bulimia resterà inalterata.
Anche nello speciale del Tg1 del 28 maggio su anoressia, bulimia e disturbo da alimentazione incontrollata si è parlato dell’importanza del rapporto con i cavalli per fornire ai pazienti «un’esperienza riparativa». Riguardo alle cause della malattia poi veniva spiegato che nel corso del tempo si sarebbe capito che nella genesi della patologia non c’entrano i rapporti familiari ma sarebbero implicati i traumi, esprienze di derisione tra coetanei, abusi sessuali, bullismo, ecc. Ancora una volta tutto e niente o seguendo la terminologia che in psichiatria ci si è inventati per far tornare la tesi che si vuole sostenere: eziologia mutlifattoriale.
Ma se la famiglia non c’entra niente perchè la cosidetta Terapia della famiglia è uno degli approcci più utilizzati nel trattamento di questi pazienti (spesso adolescenti e quindi non autosufficienti su molti piani) e in molti orientamenti psicoterapeutici si ritiene utile occuparsi anche dei familiari?
Mi sembra che si avverta il bisogno di riproporre la sacralità della istituzione familiare come frequentemente fa il papa. L’importante è bloccare la ricerca sulle reali cause. La malattia si origina durante i primi mesi di vita per le delusioni subite dal bambino nel rapporto con chi si occupa di lui e alle quali reagisce perdendo, attraverso la pulsione di annullamento, la sua originaria sanità. Per cui è chiaro che i familiari sono implicati. Questo non significa che i familiari siano i responsabili ma che occorra occuparsi dei primi rapporti in queste malattie cosi pericolose anche per la vita stessa dei pazienti.
Inoltre altri due elementi dello speciale Tg sopradetto mi hanno sconcertato. Il primo è il riferimento alla presenza di presunte alterazioni biologiche in questi pazienti, con tanto di immagini di diagnostica che mostrerebbero che il cervello sarebbe «cieco al corpo». Ovvero l’anoressica posta di fronte allo specchio presenterebbe aree cerebrali non rispondenti allo stesso modo dei soggetti normali che determinerebbero una incapacità di vedersi per come è realmente. Tutto cio non risponde assolutamente a realtà in quanto nell’anoressia, come in nessuna malattia mentale, sono stati mai trovati alterazioni organiche a cui è stato possibile attribuire un nesso di causalità con la malattia stessa.
Il secondo punto è quando alla domanda specifica se i farmaci servono in queste malattie viene risposto che servono perchè spesso sono presenti anche depressione e ansia in comorbillita. Ma è noto e universsalmente riconosciuto, che i farmaci in queste patologie sono quasi del tutto inefficaci anche solo sul piano sintomatologico.
La cosa principale in psichiatria è l’onesta. La stessa onesta metodologica e di ricerca che ha caratterizzato l’intero percorso umano e scientifico di Massimo Fagioli. La sua Teoria della nascita si basa sulla scoperta dell’emergenza alla nascita dalla realtà biologica della realtà mentale. Realtà mentale che ha una sua origine fisiologica e non originariamente alterata. Se la mente è inzialmente sana si può realmente pensare a una malattia come perdita di questa condizione originaria e alla cura della malattia attraverso la ricreazione di quanto perduto.

Lo psichiatra e psicoterapeuta Luca Giorgini è autore del volume Anoressia ( l’Asino d’oro edizioni), con Ludovica Costantino e Manuela Petrucci

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