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L’allarme dalla conferenza Onu in corso a New York. Ogni anno finiscono in mare otto milioni di tonnellate di rifiuti, un dato che oltremodo inquietante nei giorni in cui il presidente Usa Trump abbandona gli accordi di Parigi per fermare il cambiamento climatico.

Isabella Lovin è un’eurodeputata ambientalista, ministro della cooperazione in Svezia dal 2014 e vorrebbe che nel 2050 negli oceani «non ci fosse più plastica che pesce». Le ha fatto eco Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, alla prima conferenza dedicata allo stato di salute degli oceani in corso a New York. Ma non ci sono buone notizie, né per i mari, né per i pesci, né per gli uomini che li mangiano.

«I nostri oceani, il nostro futuro» è lo slogan dell’evento e l’Onu ha specificato che gli ecosistemi marini, causa inquinamento, sono «in pericolo come mai prima d’ora». Nel mare oceanico c’è il 97% dell’acqua del pianeta, che serve anche all’aria, all’ossigeno, oltre che a regolare la sua temperatura. Ma sono diventati serbatoi liquidi di plastica, canali e flussi di rifiuti.

Ogni anno finiscono in mare otto milioni di tonnellate di rifiuti, un dato che suscita inquietudine, nell’anno in cui il presidente Usa Trump abbandona gli accordi di Parigi per fermare il cambiamento climatico.

È la prima volta che una conferenza viene dedicata allo stato di salute degli oceani e rientra nell’agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, sottoscritto nel 2015 da 193 paesi dell’Onu. L’“Obiettivo 14” di cui si è dibattuto in America è il punto “blu” del progetto e ambisce a “conservare e utilizzare in modo durevole oceani, mari e risorse marine per uno sviluppo sostenibile”. Insieme a Isabella Lovin, più di un milione di persone vorrebbe «più pesce che plastica” e lo ha messo nero su bianco firmando una petizione sulla piattaforma Avaaz, quella che il Guardian chiama «la rete di pressione politica online più grande ed efficace del mondo». Avaaz «vuol dire voce in diverse lingue europee, mediorientali, asiatiche» e ha una missione democratica: «Organizzare le persone per ridurre la distanza tra il mondo che abbiamo e il mondo che la maggior parte delle persone, in ogni luogo del mondo, vorrebbe». Chi ha firmato la petizione (link) era d’accordo con il loro messaggio: «Quello che stiamo facendo al nostro pianeta è indecente, ci fa mettere in dubbio la nostra stessa fiducia nell’umanità».

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