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Spesso sentiamo dire che destra e sinistra sono due categorie politiche obsolete e prive di un reale significato. La confusione aumenta se poi osserviamo le politiche dei governi di destra e sinistra che si sono alternati nel nostro paese negli ultimi vent’anni. Tuttavia non è esagerato concludere che gli uni sono stati il prolungamento degli altri per molti aspetti che riguardano le politiche messe in atto. In particolare, un osservatorio privilegiato per capire in che direzione è stata diretta l’azione dei diversi governi che si sono ultimamente succeduti, è rappresentato dall’istruzione superiore e dalla ricerca: questo settore racchiude due punti chiave cruciali, l’uguaglianza e lo sviluppo o, meglio, la disuguaglianza e il sottosviluppo.

La grande crisi che stiamo attraversando da quasi dieci anni nel nostro Paese, come in molti altri a cominciare dai paesi dell’Europa meridionale, non sembra volgere a un termine e anzi permane una situazione di grande instabilità, incertezza e depressione. Uno degli effetti della crisi è stato d’amplificare le disuguaglianze economiche che sono oggi diventate insormontabili e sembrano aver annullato per il singolo la possibilità di migliorare la propria situazione attraverso il volano principe della mobilità sociale, l’istruzione superiore. Tuttavia, se l’università era il laboratorio d’idee nuove e originali, oggi l’università è diventata il territorio ideale per sperimentare come sopprimerle. Inoltre, se l’istruzione era considerata come il luogo principale per l’emancipazione sociale, ora sembra essere ostaggio di una casta auto-referenziale, racchiusa in se stessa e troppo dipendente dalla politica.

Questo è avvenuto perché una volta conquistata l’università, il luogo dove il pensiero critico, innovativo e indipendente dovrebbe essere sviluppato, tutto il resto cede senza problema. Basta ad esempio dare una scorsa ai consiglieri economici degli ultimi governi, demiurghi delle politiche che hanno precarizzato senz’appello le giovani generazioni annullando le tutele sul lavoro. Oppure è sufficiente osservare i vari apprendisti stregoni che, al servizio del potente di turno, cercano di cambiare ora la Costituzione ora la legge elettorale, sempre nell’interesse del particolare.

La ricerca subisce dunque in modo particolare la crisi economica e politica in cui siamo immersi. Da una parte la penuria di risorse è diventata un problema strutturale con tanti giovani scienziati che hanno risibili possibilità di continuare a svolgere l’attività di ricerca in modo stabile. D’altra parte l’esasperata competizione sta drogando il lavoro dei ricercatori con il risultato di cambiare completamente la fisionomia della ricerca scientifica: da impresa intellettuale e libera a produzione di risultati risibili ma utili immediatamente per qualcosa, o peggio, per qualcuno.



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