«Questi attentati sono una vendetta contro la democrazia». Così venerdì 9 giugno il presidente dell’Iran Hassan Rouhani ha commentato il doppio attacco sferrato dall’Isis appena due giorni prima a Teheran al parlamento e al mausoleo di Khomeini. Si è trattato del primo attentato messo a segno da Daesh (il nome arabo dell’acronimo Isis) sul territorio della Repubblica islamica. Oltre al tragico bilancio di sangue (17 morti e 42 feriti), questi attentati costituiscono un cambio di passo del sedicente Stato islamico che costringe anche gli osservatori occidentali più superficiali a interrogarsi sui perché di una simile operazione.
Ecco allora che quelle di Rouhani sono tutt’altro che parole di circostanza e anzi sembrano indicare in modo implicito causa e mandanti dell’aggressione. Il presidente iraniano parla infatti di «vendetta contro la democrazia». Se per molti è difficile identificare nella Repubblica islamica una “democrazia”, è ancora più nebuloso il senso della “vendetta” a cui si riferisce Rouhani.
Facciamo un passo indietro, di appena tre settimane. Il 19 maggio, mentre 40 milioni di iraniani si recavano alle urne per rieleggere il presidente dell’accordo sul nucleare e dell’apertura all’Occidente, Donald Trump era a Riyad per siglare un accordo di vendita di armi all’Arabia Saudita di 110 miliardi di dollari e accusa l’Iran di essere la principale fonte di instabilità del Medio Oriente.
Ecco quindi che gli avvenimenti tragici di questi giorni sembrano ricordare il destino bizzarro di due Paesi e di due popoli vicini eppure molto diversi. Persiani indoeuropei i primi, arabi i secondi.

L’articolo di Antonello Sacchetti prosegue su Left in edicola


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