Definire fallite le prove di unione della sinistra al Teatro Brancaccio di Roma – come ha scritto ieri il Fatto quotidiano – è riduttivo e non tiene conto della realtà complessa dell’assemblea del 18 giugno, promossa dall’appello di Anna Falcone e Tomaso Montanari “per un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza”.

Ecco perché non si può parlare di “prove fallite”. Primo: la straordinaria partecipazione. Oltre 2mila persone dentro e fuori il teatro e 65mila collegamenti in streaming. Era tanto tempo che non accadeva qualcosa di simile per un incontro della sinistra. Poi l’attenzione e la passione: due parole assenti negli ultimi anni durante gli incontri a sinistra, spesso fiacchi, ripetitivi, con le persone sul palco che si esibivano in interventi tra il narcisistico e l’astratto e fuori capannelli di persone intente a commentare senza ascoltare i relatori. Ieri invece al teatro Brancaccio c’era una soglia di attenzione altissima. Con la sensazione che qualcosa di nuovo stava finalmente accadendo.

Un altro elemento da tenere in considerazione è la presenza di giovani, preparati, ognuno portatore di idee e pratiche maturate in associazioni e nei territori. E anche questa parola, “territori”, ieri ha acquisito una sua concretezza, lontano da formulette ormai abusate. Ragazzi e giovani adulti che rappresentanto quella metà di italiani come ha detto Tomaso Montanari nella sua introduzione, rimasta fuori dalle garanzie, “caduta a terra e che non si è rialzata”. Quelle nuove generazioni che nella stragrande maggioranza (l’80%) è andata a votare No al referendum sulla riforma Renzi-Boschi.

Giovani come Guido Cioni dei precari dei beni culturali, che ha comunicato la realtà di chi, dopo aver studiato e acquisito competenze notevoli, si ritrova invisibile, senza diritti. Oppure come Martina Carpani della Rete della conoscenza, una studentessa universitaria che ha lanciato la battaglia per la “democrazia cognitiva”, perché in tanti non possono studiare e questo è un crimine per la democrazia. “Servono parole semplici oggi, cento anni fa si diceva pane e pace, oggi bisogna trovare le nostre”, ha detto Martina invitando ad abbandonare logiche di “longitudine e latitudine con altre forze politiche” che giustamente non interessano quando diventano astratte e inefficaci. Infine, l’ultimo racconto – tra i molti – è quello di Marta Nalin, prima eletta della Coalizione civica di Padova alle ultime amministrative.

Un’esperienza che dovrebbe far riflettere i più scettici sulla politica dal basso. Laddove infatti la politica renziana ha tentato di distruggere i corpi intermedi, questi si sono ricreati grazie alla partecipazione collettiva tramite assemblea, gruppi tematici che hanno costruito il programma elettorale ed eletto il candidato sindaco, con una campagna elettorale finanziata con il crowdfunding. “Siamo la terza forza in campo adesso a Padova, con i partiti che hanno fatto un passo indietro e con un’attenzione al valore della partecipazione, al lavoro nelle periferie, per riavvicinare le persone alla politica”, ha detto Marta Nalin, augurandosi che questo processo locale possa essere replicato in tutta Italia.

Quindi, partecipazione, attenzione, storie e esperienze che hanno dato senso alla partecipazione politica. E su questo binario non si può non citare Andrea Costa di Baobab che ha focalizzato il suo intervento sul problema dei migranti. Questo deve essere il tema da cui partire a sinistra, ha detto. “Non esistono zone grige, bisogna essere per l’accoglienza e bisogna essere chiari. Basta parlare di flussi, statistiche, cifre, sono donne e uomini con nomi, vite vissute, amori, pregi e difetti come noi”, ha detto Costa.

A questa polifonia di voci e di interessi dal basso, come e cosa risponde la politica dei partiti? Quale rapporto è possibile? Questa è la grande sfida, il nodo cruciale, che si sono posti Falcone e Montanari che già nel loro appello avevano parlato di una lista unitaria. Il presidente di Libertà e Giustizia è stato netto: da questa fase costituente nascerà “una forza radicalmente alternativa al Pd”. Il Pd è ormai un pezzo della destra, ha detto, citando la costellazione di interventi fatti dal centrosinistra e dal Pd – dalla riforma Berlinguer dell’università all’intervento militare nella ex Jugoslavia, fino allo scempio del territorio con lo Sblocca Italia -. E a proposito di colui che potremmo definire il “convitato di pietra” di questo momento storico della sinistra, Giuliano Pisapia con il suo Campo progressista, Montanari ha citato la risposta lapidaria dell’ex sindaco di Milano di fronte all’invito a partecipare all’assemblea del Brancaccio: “Non ci sono le condizioni”. Fuori della sala Alfredo D’Attorre a Left ha detto che “Il compito di Mdp è quello di lavorare per una sinistra unita e di portare Pisapia da questa parte”. Illusione?

Il popolo accorso al Brancaccio se ha fischiato all’indirizzo di Pisapia, non è stato tenero nemmeno con Miguel Gotor di Mdp che sul palco è stato contestato da una ragazza dell’ex Opg occupato Je so pazzo di Napoli. Il clima si è acceso, la donna è stata invitata ad allontanarsi e lei ha continuato a protestare fuori della sala sia perché il suo collettivo non era stato fatto parlare – Anna Falcone ha parlato poi di una selezione di interventi sostenendo che non c’era il veto nei confronti di nessuno – sia per la presenza in prima fila di politici come Massimo D’Alema e Niki Vendola. In effetti era palpabile la freddezza che circondava questi volti storici di una sinistra fallimentare.

L’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza riuscirà a superare le delusioni di un passato che è lì che incombe e inquieta? Questo è un altro nodo cruciale. Montanari lo aveva detto all’inizio: “È il futuro che ci sta a cuore: non la resa dei conti con il passato”, ma quanto questo pensiero sarà radicato nel nuovo movimento? E’ proprio la separazione dal passato lo scoglio più grande. Ne sono consapevoli entrambi, Anna Falcone al termine dell’assemblea, tirando le conclusioni è stata esplicita: “Ognuno deve fare un passo indietro, per fare tutti insieme un passo avanti storico”.
I partiti presenti, Sinistra italiana, Possibile, Rifondazione comunista attraverso i loro segretari Fratoianni, Civati e Acerbo, hanno naturalmente ribadito la necessità di unità, pur con l’esigenza di essere credibili, nel senso che certi compromessi con chi ha accettato una politica liberista non è più possibile. Lo stesso Gotor che si era detto di “sentirsi a casa”, pur tra i fischi, ha incitato all’unità e “a non sciupare questo fiore che abbiamo tra le mani”.

Detto questo, dall’assemblea del Brancaccio la sfida, quella vera, sembra molto più vasta dell’appartenza a questo o quel partito: si tratta di superare storiche divisioni, sì, ma soprattutto di iniziare una ricerca a sinistra nuova. “L’unità si costruisce sulla discontinuità”, ha detto Falcone alla fine dell’assemblea. Da non ripetere poi, tre errori, ha detto l’ex magistrato Livio Pepino. Il primo: “smettiamo di preoccuparci delle alleanze e della soglia di sbarramento, cerchiamo di evitare il realismo di piccolo cabotaggio come hanno fatto Sanders e Corbyn nelle loro campagne elettorali. Quindi riusciamo a immettere una nuova voce di speranza”. Secondo errore: la non chiarezza nelle idee che poi con il tempo sono state abortite nella pratica politica. Terzo, infine, la storia che grava sulle spalle. “E’ il punto più delicato. Non abbiamo dimostrato abbastanza discontinuità con il passato. I buoni progetti non bastano se non sono sostenuti da attori credibili e coerenti”, dice Pepino che cita poi il “voto di vendetta” di cui parla Marco Revelli a proposito della delusione del mondo di sinistra.

La coerenza deve quindi essere capillare e il programma – da costruire da qui a settembre dopo assemblee nei territori – netto e chiaro. Senza contraddizioni. Per questo motivo il richiamo alla laicità dovrebbe essere dominante, poiché riferirsi al papa o ai valori della Chiesa poi porta a una fragilità interna del progetto – al di là dello specifico della religione – dettata dalla stessa realtà storica.

Nell’assemblea si è toccato anche il tema della liberazione della donna, ma come si concilia questa con l’esaltazione di Bergoglio che detta anche quanti figli deve avere una donna? Come si concilia l’appellarsi alla Chiesa con i diritti negati dagli obiettori della 194? O con la difesa dei diritti civili ancora in fieri, come il biotestamento? Insomma, per arrivare a quella “sinistra felice” tutta da costruire di cui ha parlato con passione Anna Falcone, bisogna tener conto anche di questi aspetti non secondari di un progetto politico a sinistra. Ma ieri è stato il primo incontro e se la ricerca non viene azzoppata da polemiche sterili ma alimentata invece da continue domande e stimoli, allora forse quella “società diversa con un tempo per vivere, studiare e amare” non sarà un’utopia, ma qualcosa di reale.

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