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Sin dalla sua fondazione nel 1996, in una minuscola sede nel deserto vicino Doha, il canale all news Al Jazeera è motivo di crisi con l’Arabia Saudita. I suoi progetti innovativi mal si combinano con le tare socio-culturali che il regime di Riad vuole imporre nella penisola araba

Al Jazeera non si chiude. Il suo futuro non è in discussione nella crisi in corso fra una coalizione di Paesi guidata dall’Arabia Saudita, e il Qatar, accusato dai “fratelli” del Golfo di fomentare il terrorismo, anche attraverso il canale all-news più famoso del mondo. Il ministro degli esteri qatarino Sheik Mohammed bin Abdulrahman Al Thani ha fatto sapere che non accetterà intrusioni né tantomeno ordini: «Doha rifiuta di discutere dell’affare Al Jazeera poiché lo considera una questione di politica interna», dunque di sovranità nazionale. Gli ha fatto eco Mustafa Souag, attualmente direttore generale dell’Al Jazeera Network: «Al Jazeera continuerà nella sua politica editoriale». «Noi diciamo la verità», ha aggiunto, facendo intendere come la cosa non faccia piacere a tutti.
Sono passati vent’anni da quando l’allora presidente egiziano Mubarak, in visita in Qatar, esclamò attonito, dopo un tour nella sede dell’appena nata emittente all-news: «Tutti questi problemi da una scatoletta di fiammiferi!». Effettivamente, alla fine degli anni novanta, Al Jazeera non era che un piccolo compound nel nulla del deserto qatarino, in una periferia della capitale Doha oggi cresciuta a vista d’occhio. Una sola linea telefonica per l’estero, una tenda che fungeva da caffetteria, un parabolone satellitare piazzato nella sabbia per trasmettere. Eppure già all’epoca aveva fatto scalpore, nel mondo arabo prima ancora che in Occidente, dove bisognerà aspettare l’“Undici settembre” e la faccia di Bin Laden trasmessa con il bollino dorato della rete per accorgersi che qualcosa di rivoluzionario stava succedendo non solo nel mondo dell’informazione in lingua araba, ma nel mondo arabo tout court.
«L’opinione e l’opinione contraria» era la parola d’ordine ad Al Jazeera: colpevole, davanti ai “fratelli” arabi, di essere appunto non soltanto parola ma fatti. I talk show della fine degli anni novanta dove si dava spazio alle opposizioni taciute e invisibili di regimi come quello saudita; le news sulla seconda Intifada che scandalizzavano per aver offerto il microfono al “nemico” israeliano, dandogli l’opportunità di esprimere una voce diametralmente opposta a quella palestinese; il femminile Per donne soltanto condotto dalla bionda giornalista siriana Luna Shebel determinata nell’affrontare tutti i temi tabù per la donna araba; il programma religioso Sharia e vita di Sheikh al Qaradawi, esponente di spicco dei Fratelli musulmani egiziani esiliato in Qatar – uno degli oggetti del contendere nell’attuale controversia con l’Arabia Saudita e l’Egitto di al-Sisi. Un palinsesto rivoluzionario per un mondo arabo abituato a trattare l’informazione televisiva come una cenerentola dei palinsesti, schiava del potere, megafono dei regimi, lontana mille anni luce dagli eventi delle strade arabe. Già dal 1996, anno della sua nascita, Al Jazeera veniva accusata di aver infranto questa legge non scritta, e il governo del Qatar, in quanto suo finanziatore, ne pagava il prezzo in termini di rapporti diplomatici con i vicini, chiusure di uffici di corrispondenza, richiami agli ambasciatori.
Da sempre il rapporto più problematico è quello con l’Arabia Saudita, il “fratello più grande”, lo stato guida del mondo arabo-islamico, offeso per la sfrontatezza di questo piccolo Paese esteso quanto l’Umbria, eppure ambizioso, desideroso di farsi sentire sulle scene globali con progetti innovativi, da Al Jazeera ai mondiali del 2022, dalla base americana più grande del Medio Oriente allo scintillante Museo Islamico. Per anni la monarchia saudita ha negato ad Al Jazeera il permesso di aprire un ufficio a Riad, e di documentare l’hajj (il pellegrinaggio alla Mecca che è il piatto forte di tutti i palinsesti arabi): la punizione per aver concesso spazio televisivo alle opposizioni della casata al Saud. L’apertura, nel 2003, della all news Al Arabiya parte del gruppo saudita MBC, è stata la risposta mediatica di Riad a Doha, il tentativo di rispondere ad Al Jazeera in uno stile simile ma con contenuti politicamente non offensivi per la monarchia del Golfo. Ma nessuno è mai veramente riuscito a rubare le scene ad Al Jazeera, nel bene quanto nel male. Dopo una partenza alla grande, una reputazione di professionalità ed originalità costruita negli anni, libri, documentari, premi che hanno celebrato il logo dorato di Doha, è arrivato il 2011. L’anno che ha sconvolto il volto del Medio Oriente, l’anno delle primavere arabe. Al Jazeera riesce a fare il botto anche in questo caso: é la prima che dà l’annuncio del suicidio di Mohammed Bouazizi, la scintilla della rivoluzione tunisina, nel silenzio generale di tutte le altre reti arabe ed occidentali. è ancora la prima ad aprire le telecamere su piazza Tahrir e a tenerle accese 24 ore su 24, realizzando la copertura mediatica più spettacolare che si sia mai vista, centinaia di migliaia di citizen journalist volontari che mandano ininterrottamente immagini e testimonianze da tutto l’Egitto, nonostante il regime di Mubarak avesse impedito ai giornalisti della rete di lavorare sul campo. Poi é arrivata la Libia, l’inizio della guerra in diretta e, forse, anche l’inizio della fine per Al Jazeera, in preda ad una sorta di ubris, un sogno di onnipotenza che traduce le ambizioni del Qatar in quel 2011. Non si tratta più soltanto di riferire della rivoluzione, ma di pilotarne il corso in qualche modo, sia politicamente che mediaticamente. In Libia Al Jazeera non é più la rete che racconta l’opinione e l’opinione contraria, ma parte integrante del racconto, embedded negli eventi, il braccio mediatico che segue la volontà del Qatar di orientarli in una certa direzione politica. E poi la Siria, forse il punto più basso mai raggiunto dall’emittente qatarina: dopo un iniziale silenzio sulle prime manifestazioni nel paese, la decisione di supportare i “ribelli” anti-Assad. Ovvero una parte soltanto: quella armata, più violenta, che incita al conflitto settario. Come se i pacifisti, la società civile siriana scesa in piazza a mani alzate non fosse mai esistita. Lo scivolone professionale più grande, in linea con le manie di onnipotenza di poter orientare il conflitto in Libia in una certa direzione piuttosto che in un’altra.
Alla luce del post-2011, dunque, possiamo dire che l’Arabia Saudita e i suoi alleati abbiano ragione? Che Al Jazeera e il Qatar vadano messi a tacere, colpevoli di fomentare il terrorismo e incitare all’odio settario, sunniti contro tutto il resto del mondo arabo? A qualsiasi attento analista che segua la geopolitica della regione e i suoi media non sfugge il paradosso di questo quesito, soprattutto se viene formulato da una coalizione al cui capo c’è il Paese forse più contraddittorio di tutto il Medio Oriente, l’Arabia Saudita. Chi segue i media sauditi, sia quelli dentro il Paese che le miriadi di bracci mediatici che il capitale saudita ha disseminato negli Emirati, in Bahrain, sa che il pericolo, una volta messa a tacere Al Jazeera, sarebbe l’imperialismo assoluto – anche mediatico – della monarchia al Saud. L’azzittimento di qualsiasi voce contraria in nome del capitale del petroldollaro, tutto sommato non troppo scomodo per gli americani, anzi. Salvaguardare Al Jazeera vuol dire comunque conservare una voce contraria, nonostante gli suoi eccessi, le arroganze, e i pericolosi scivoloni post-2011. Ma che per una volta si lasci vivere questa sorta di sgangherato pluralismo, che vero pluralismo non è – piuttosto un duopolio, uno scontro fra i due più ricchi titani del Golfo. Che per una volta si lasci giudicare alle audience arabe, certo capaci, più capaci di ognuno di noi, di orientarsi nel ginepraio geomediatico di una regione in costante e velocissimo cambiamento.

L’articolo di Donatella Della Ratta è stato pubblicato sul numero 25 di Left in edicola


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