La vicenda dei voucher, reintrodotti con un atto di forza da parte del governo e della maggioranza parlamentare, è la rappresentazione della direzione politica, nei confronti del mondo del lavoro e dei lavoratori, esercitata da chi negli ultimi decenni ha governato il Paese. L’impoverimento del lavoro e la sua frantumazione sono stati e rimangono indiscutibilmente gli obiettivi fin qui perseguiti. Mentre la narrazione dominante – per cui le riforme del lavoro fin qui adottate migliorano condizioni e prospettive lavorative – muore nei fatti, il nuovo, una prospettiva politica che abbracci l’intero mondo del lavoro e ribalti i rapporti di forza al suo interno, stenta a nascere. Per dare una spinta affinché il nuovo si affermi, conviene sempre partire dai fatti. Secondo l’ultimo rapporto trimestrale sulle Forze di lavoro, pubblicato dall’Istat, tra il primo trimestre del 2017 e quello del 2016, il tasso di occupazione in Italia sfiora appena il 57,2 per cento con un divario di oltre venti punti percentuali tra Nord e Sud, mentre quello di disoccupazione è sostanzialmente stabile. La nuova occupazione è composta per il 70 per cento da lavoratori con contratti a tempo determinato (231.000 su 326.000 totali) e si concentra in generale tra gli over 50 (+ 328.000). Guardando alle informazioni rilasciate dall’Istat è inoltre possibile smentire quanti ancora sostengono che il lavoro a termine sia solo un passaggio verso la stabilità – comunque non più garantita nemmeno dal contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs Act – e non, invece, uno strumento a disposizione delle imprese per ridurre il costo del lavoro, potendo agitare senza troppe difficoltà il ricatto sui lavoratori la cui alternativa è quella di ingrassare le fila dei disoccupati. Stando ai dati Istat, il 60 per cento di quanti lavoravano a termine nel 2016 non hanno modificato la propria condizione contrattuale e, allo stesso tempo, la durata dei contratti tende via via a diminuire, come mostrano i dati del Ministero del lavoro. Inoltre, la transizione dal lavoro a termine a tempo indeterminato diminuisce dal 24,2 al 19,6 percento: la stabilizzazione millantata dal Jobs Act è venuta meno una volta terminati gli sgravi contributivi.
L’aumento relativamente consistente degli occupati a termine, accompagnato da una stabilità dei posti vacanti – espressione della domanda di lavoro – nelle imprese, caratterizza …

L’articolo di Marta Fana prosegue su Left in edicola


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