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Qual è lo stato di salute dell’occupazione in Italia? Non c’è da stare allegri. Nonostante i trionfalismi, la disoccupazione è stabile, crescono solo gli occupati a tempo determinato e si affaccia il fenomeno del lavoro gratuito. L’analisi dell’economista, di recente protagonista di uno scontro in tv con Oscar Farinetti

La vicenda dei voucher, reintrodotti con un atto di forza da parte del governo e della maggioranza parlamentare, è la rappresentazione della direzione politica, nei confronti del mondo del lavoro e dei lavoratori, esercitata da chi negli ultimi decenni ha governato il Paese. L’impoverimento del lavoro e la sua frantumazione sono stati e rimangono indiscutibilmente gli obiettivi fin qui perseguiti. Mentre la narrazione dominante – per cui le riforme del lavoro fin qui adottate migliorano condizioni e prospettive lavorative – muore nei fatti, il nuovo, una prospettiva politica che abbracci l’intero mondo del lavoro e ribalti i rapporti di forza al suo interno, stenta a nascere. Per dare una spinta affinché il nuovo si affermi, conviene sempre partire dai fatti. Secondo l’ultimo rapporto trimestrale sulle Forze di lavoro, pubblicato dall’Istat, tra il primo trimestre del 2017 e quello del 2016, il tasso di occupazione in Italia sfiora appena il 57,2 per cento con un divario di oltre venti punti percentuali tra Nord e Sud, mentre quello di disoccupazione è sostanzialmente stabile. La nuova occupazione è composta per il 70 per cento da lavoratori con contratti a tempo determinato (231.000 su 326.000 totali) e si concentra in generale tra gli over 50 (+ 328.000). Guardando alle informazioni rilasciate dall’Istat è inoltre possibile smentire quanti ancora sostengono che il lavoro a termine sia solo un passaggio verso la stabilità – comunque non più garantita nemmeno dal contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs Act – e non, invece, uno strumento a disposizione delle imprese per ridurre il costo del lavoro, potendo agitare senza troppe difficoltà il ricatto sui lavoratori la cui alternativa è quella di ingrassare le fila dei disoccupati. Stando ai dati Istat, il 60 per cento di quanti lavoravano a termine nel 2016 non hanno modificato la propria condizione contrattuale e, allo stesso tempo, la durata dei contratti tende via via a diminuire, come mostrano i dati del Ministero del lavoro. Inoltre, la transizione dal lavoro a termine a tempo indeterminato diminuisce dal 24,2 al 19,6 percento: la stabilizzazione millantata dal Jobs Act è venuta meno una volta terminati gli sgravi contributivi.
L’aumento relativamente consistente degli occupati a termine, accompagnato da una stabilità dei posti vacanti – espressione della domanda di lavoro – nelle imprese, caratterizza …

L’articolo di Marta Fana prosegue su Left in edicola


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