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Il 19 marzo del 1927 Antonio Gramsci scrive una lettera alla cognata Tatiana in cui rivela di volersi occupare «di qualche soggetto che mi assorbisse e centralizzasse la mia vita interiore. Ho pensato a quattro soggetti finora». Tra questi, «uno studio sul teatro di Pirandello e sulla trasformazione del gusto teatrale italiano che il Pirandello ha rappresentato e ha contribuito a determinare».
Gramsci – che aveva già incontrato le opere di Luigi Pirandello tra il 1916 e il 1920 come critico teatrale dell’Avanti! – affronta a più riprese, nei Quaderni, una riflessione sull’autore siciliano che, senza assumere il carattere di un vero e proprio studio, converge soprattutto sul carattere storico-culturale dell’arte pirandelliana.
Gramsci coglie in Pirandello una concezione del mondo che «può essere identificata con quella soggettivistica». Una concezione del mondo, sottolinea Gramsci, non sempre coerente ma che entra in conflitto potente e radicale con quella del teatro italiano e della cultura dominante dei primi decenni del Novecento, portando alla dissoluzione il «vecchio teatro tradizionale, convenzionale, di mentalità cattolica o positivistica, imputridito nella muffa della vita regionale o di ambienti borghesi piatti e abbiettamente banali» e «confluendo col futurismo migliore nel lavoro di distruzione del basso ottocentismo piccolo borghese e filisteo». Parole volutamente forti che colgono e sottolineano la forza dirompente e innovativa della drammaturgia pirandelliana.
Luigi Pirandello, di cui il 28 giugno ricorre il 150esimo anniversario della nascita, esplode nel panorama nazionale e internazionale con Il fu Mattia Pascal che nel 1904 viene pubblicato a puntate sulla rivista Nuova Antologia. Il romanzo ha un tale successo che viene tradotto immediatamente in tedesco e uno degli editori più importanti del tempo, Emilio Treves di Milano, decide di occuparsi della pubblicazione di tutte le opere del suo autore.
Mattia Pascal – l’uomo che scompare, creduto morto, e che riappare anni dopo con una nuova identità senza che nessuno lo riconosca, il suo alter ego Adriano Meis, – è il personaggio nuovo che la vecchia narrativa verista e positivista non riesce più a rappresentare. Siamo molto distanti infatti dal modello dannunziano dello «scrittore di parole» e dal Verga, «scrittore di cose»….

L’articolo di Annalina Ferrante prosegue sul numero di Left in edicola


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