Solo 150 anni fa l’isola di Hong Kong era un villaggio di pescatori attraversato dal tropico del cancro. Venendo da occidente, è la prima isola che si incontra navigando lungo la costa orientale della Cina. Infatti furono proprio gli europei a fare la fortuna di questo isola, grande appena due volte l’isola di Ischia. Qui sbarcarono per la prima volta i portoghesi al principio del Cinquecento e, nella sua grande insenatura a meridione, la prima che si incontra venendo da sud, la Baia di Aberdeen, si stanziarono le navi inglesi che iniziarono a commerciare porcellana e tè in cambio di argento e oppio. Era il principio dell’Ottocento, i cinesi non avevano mai visto un mercante europeo, da quando i gesuiti erano stati cacciati dall’Imperatore alla fine del Seicento per la rissosità con i missionari domenicani. Gli inglesi nei primi decenni dell’Ottocento erano autorizzati a raggiungere la città di Canton situata all’estuario del Fiume delle Perle, poco lontana da Hong Kong, solo per brevi periodi dell’anno quando si svolgevano le transazioni commerciali. Non avevano interpreti: nessun inglese conosceva il cinese e nessun cinese conosceva quella lingua così strana. Tutto si svolgeva grazie ad intermediari che sapevano comunicare storpiando alcune parole degli uni o degli altri, sarebbe così nato il Pidgin English, per indicare appunto una lingua franca, il primo modello di quell’inglese internazionale, che si parla oggi un po’ ovunque nel mondo. Il desiderio delle navi inglesi di intensificare i commerci con la Cina e soprattutto la necessità di vendere l’oppio che gli inglesi producevano in India e la cui importazione era vietata in Gran Bretagna, produssero un irrigidimento della corte cinese che, nel 1839, requisì e fece distruggere oltre una tonnellata di oppio. La reazione inglese non si fece attendere e dopo un breve conflitto, la Gran Bretagna ottenne la firma del Trattato di Nanchino il 29 agosto 1842, con il quale acquisiva la sovranità sull’Isola di Hong Kong, oltre all’apertura al commercio internazionale di cinque porti: Canton, Fuzhou, Xiamen, Ningbo e Shanghai, tutti sulla costa meridionale cinese. Il trattato di Nanchino segnava l’inizio della forzata apertura della Cina all’Occidente, ai suoi usi e costumi, al suo commercio, ma anche alle sue idee. Solo cento anni dopo la Cina avrebbe riconquistato, nel 1949, la sua piena sovranità territoriale.

L’isola di Hong Kong iniziò così a prosperare come colonia inglese, con palazzi in stile Vittoriano e ricchi abitanti occidentali, circondati da servitù cinese. L’isola divenne il modello dello sviluppo capitalistico in Asia Orientale, un pezzo di Europa nel Mar Cinese. Tutti i contatti del mondo occidentale con la Cina passavano per Hong Kong, ma al tempo stesso cresceva anche il porto di Shanghai, l’altro piccolo villaggio di pescatori situato all’estuario del Fiume Azzurro, che prima della guerra dell’Oppio era solo abitato da pescatori cinesi e che successivamente, grazie alla sua posizione strategica, come punto di accesso alla principale via fluviale della Cina, divenne una seconda città europea in territorio cinese, con un lungo fiume, il Bund, sul quale si affacciavano meravigliosi palazzi in stile europeo, dove ogni notte fino all’alba si svolgevano feste e concerti, con ostriche e champagne. Ma in queste due città, di giorno un numero crescente di europei imparava a conoscere la Cina e la sua lingua e lentamente anche qualche cinese pensava fosse utile imparare il modo in cui parlavano quei popoli barbari, privi di cultura, manchevoli di rispetto verso gli antenati, intenti solo a commerciale e a combattere con lame affilate come quelle che in Cina solo i cuochi sanno maneggiare. Due successive guerre, nel 1860 e nel 1898, permisero alla Corona Britannica di prendere altri territori sulla terraferma davanti all’isola di Hong Kong, ma questa volta solo per cento anni e infatti fu proprio questa limite a determinare nel 1997 la necessità di rinegoziare il possedimento, oppure procedere alla cessione, come poi effettivamente avvenne con il passaggio alla Cina non solo delle zone continentali di Hong Kong in scadenza, ma anche dell’Isola, che in realtà nel 1842 era stata concessa in uso perpetuo. Hong Kong e Shanghai divennero quindi la porta della Cina con l’occidente, i luoghi dove si formarono generazioni di intellettuali e politici che avrebbero poi contribuito alla nascita della Cina moderna.

A Hong Kong i primi moderni intellettuali cinesi avrebbero conosciuto l’esistenza stessa dell’Europa e dell’Occidente, e a Shanghai nel 1921 Mao fondava il Partito Comunista. Da sempre quindi le due città hanno nutrito una sorta di rivalità, una “veramente” inglese, Hong Kong, ma piccola ed isolata, l’altra cinese, ma colonizzata dagli occidentali. Le vicende di queste due città sembrarono separarsi per sempre nel 1949, quando a Pechino iniziò a sventolare la bandiera della Repubblica Popolare Cinese e Shanghai fu additata come il peggior esempio della depravazione occidentale e capitalista e in effetti la città era diventata negli anni Trenta e Quaranta uno dei luoghi più lascivi e corrotti del mondo intero.Shanghai divenne solo la seconda città della Cina, città industriale e sempre un po’ guardata a vista dal regime, a causa di questo suo passato così controverso. Hong Kong, invece, dopo il 1949 conobbe il periodo del suo massimo splendore. Lì si trasferirono tutti gli occidentali che volevano continuare a osservare la Cina dall’interno, essendo l’unico punto di tutta la Cina geografica, in cui era consentito agli europei risiedere. Qui arrivavano tutte le navi occidentali che commerciavano con la Cina e qui s’installarono tutti i diplomatici e i giornalisti che volevano osservare la Cina, continuando a crogiolarsi in un’atmosfera coloniale, anche se i tempi erano mutati e la seconda guerra mondiale era finita.

Arrivare a Hong Kong, territorio inglese, era una esperienza quasi metafisica; dopo aver attraversato in treno distese di risaie a perdita d’occhio, popolate solo di cappelli conici di paglia, sotto i quali si presumeva si celassero esili contadini con i piedi immersi nel fango, che spingevano con una lentezza antica aratri trainati a spalla o trascinati da sparuti buoi d’acqua. Con gli occhi pieni di riso e colori, si arrivava davanti ad un ponte di legno, al di là del quale si intravvedevano costruzioni moderne. Passata la dogana dei funzionari cinesi, vestiti con divise verdi militare sempre troppo grandi e strette alla cinta, si percorreva quel ponte scricchiolante alla fine del quale si ergeva un bobby inglese che, dopo tanta Cina, sembrava ancora più alto e impettito con i suoi lunghi baffi, che ti dava il benvenuto nella colonia di Sua Maestà. Sembrava un salto nel passato, in un mondo – per fortuna – ormai andato, dove si trascorrevano le serate nella meravigliosa villa di Tiziano Terzani, il principe dei China Watch, sorseggiando liquori, rigorosamente scozzesi e godendo della frescura delle prime rumorosissime macchine per l’aria fredda. A Hong Kong si leggeva quello che in Cina non si poteva sapere, si conoscevano persone che avevano viaggiato in quel continente e si assaporava il vero colore dell’antica cultura cinese, fatta di rapporti personali, cibo e lettura. A Hong Kong, già quarant’anni fa, si poteva godere di uno dei più strabilianti skyline al mondo, quando con un vecchio battello di linea ancora in uso, per pochi spiccioli, si passava dalla terra ferma, dove erano i palazzi più moderni, alla rocciosa isola, tutte curve e insenature dove si poteva alloggiare in ottocenteschi dormitori per marinai di passaggio, consumando al mattino un perfetta colazione inglese, con uova e bacon, in una bettola tutta cinese.

A Shanghai invece, in quegli anni, dopo il 1949 non c’erano più stranieri, ma erano restati solo i loro sontuosi palazzi lungo il fiume. Solo in un fascinoso albergo da cui si godeva una vista sull’immenso estuario del fiume azzurro, la sera di poteva ascoltare una jazz band composta tutta di anziani suonatori cinesi, che con le loro nostalgiche note facevano rivivere il sapore della vecchia Shanghai europea. La storia sembrava segnata e invece proprio negli anni Ottanta con l’apertura della Cina all’Occidente, la città di Shanghai ha iniziato nuovamente a crescere come finestra della Cina sul mondo. Quelli che un tempo erano solo terreni incolti sull’altra sponda del fiume, hanno iniziato a ospitare i più alti grattaceli al mondo e la città è cresciuta al punto da diventare la prima metropoli dell’Asia. Hong Kong invece ha perso il suo ruolo di unica porta di accesso al mondo per la Cina, ma ha conservato tratti particolarissimi. Dopo la cessione alla Gran Bretagna a firma di due personaggi con Deng Xiaoping e Margareth Thatcher. Hong Kong sulla carta ha mantenuto la possibilità dello sviluppo di un sistema vagamente democratico, quel sistema che gli inglesi in 150 anni non si erano mia sognati di volerle dare, ed è anche diventata la fucina di tanti movimenti intellettuali e politici, che aspirano a innescare meccanismi di trasformazione politica e sociale nella Cina continentale.

Tuttavia, in fondo, Hong Kong è rimasta una colonia inglese, un territorio, dove si parlano tre lingue, cantonese, mandarino e inglese. Il cantonese è la lingua locale, considerata in Cina un dialetto: una lingua antichissima, che conserva tracce del cinese parlato mille anni fa; una lingua fortemente tonale e difficile all’orecchio occidentale, ma parlata da una amplissima diaspora di cantonesi nel mondo. L’unico dialetto cinese che vanta una ricca letteratura e che continua a mostrare una straordinaria vitalità. A Hong Kong, dopo il 1997, tutti hanno iniziato anche a studiare la lingua dei nuovi governanti, la lingua mandarina o putonghua, la lingua parlata a Pechino (che dista da Hong Kong quasi duemila chilometri) e dai mezzi d’informazione della Repubblica Popolare, ma che viene appunto percepita come una nuova lingua coloniale, anche se cinese. E poi c’è l’inglese, la lingua un tempo parlata dai colonizzatori, oggi percepita e difesa come strumento di modernità e indipendenza, straordinario veicolo per il commercio materiale e delle idee. Infatti proprio ad Hong Kong si trovano alcune delle migliori università dell’Asia, dove si possono seguire corsi in inglese e in cinese, ascoltando nelle strade la meravigliosa cantilena dei toni della lingua cantonese. Anche la cultura cinese si è tramandata nell’isola assai meglio che altrove: usi, costumi, abitudini millenarie – come il capodanno cinese, caduto per un lungo periodo quasi in disuso in Cina e solo da poco ripristinato con un tono a volte posticcio-, a Hong Kong sono vissute con grande convinzione. Hong Kong a distanza di centinaia di anni, dopo fasi di splendore e relativa decadenza, continua a esercitare sul visitatore un fascino fuori dal comune, grazie ai suoi odori e ai suoi meravigliosi colori, che le fanno sempre meritare il nome di Porto dei Profumi, o Hong Kong, appunto, secondo il suo suono cantonese.

L’articolo del sinologo Federico Masini è tratto dal numero di Left in edicola


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