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La Corte di cassazione ha confermato la condanna per i quattro studenti campani accusati di atti persecutori contro un compagno di scuola. Questo sfortunato ragazzo sul quale i quattro bulli si sono accaniti per ben due anni, con ogni sorta di angherie, percosse, poi filmate e messe in onda sulla rete, è stato costretto a trasferirsi in Piemonte per sfuggire alla persecuzione. Una grave lesione all’occhio, provocata da questi quattro violenti compagni di scuola, ha reso nota la triste vicenda e dato inizio ad un processo, in seguito al quale sono stati condannati a dieci mesi di reclusione. La condanna è stata ora confermata dalla Cassazione. Si tratta di una delle prime condanne per minori, che nel frattempo sono diventati maggiorenni, che passa in giudicato e quindi diventa definitiva. Un passo in avanti? Giusta punizione? Noi come psichiatri e psicoterapeuti ci chiediamo se questo sia davvero l’intervento più efficace per combattere questa drammatica «peste del nostro tempo». Ma cosa è il cyber bullismo? E perché si è diffuso in questo modo così invasivo, tanto da richiedere l’attenzione dei magistrati che si sono mossi per contenere il fenomeno almeno dal punto di vista della legge? Fu Bill Belsey, educatore canadese, che nel 2005 coniò il termine «cyber bullismo», volendo con questo termine intendere un comportamento prepotente, decisamente violento, basato su insulti e percosse, diretto contro un compagno timido e fragile, comunque incapace di difendersi. I social network vengono utilizzati così per schernire, offendere, denigrare la vittima in ogni modo. Il fenomeno è molto diffuso anche tra le ragazze. La vittima viene considerata uno “sfigato” in genere….ed egli non sa e non può difendersi. Il cyber bullo agisce sempre affiancato da un gruppo di “sostenitori”. Il bullismo, che c’è sempre stato, trasferitosi nel web è diventato più pericoloso poiché la sua caratteristica è l’ubiquità. La vittima non avrebbe scampo poiché la Rete la raggiunge ovunque mancando i limiti di spazio-tempo. A volte è condotta alla disperazione e si suicida, come accadde a Carolina Picchio, che si tolse la vita a 14 anni dopo aver detto che le parole facevano più male delle botte. Come terapeuti siamo chiamati a cercare di rispondere con una ricerca e una proposizione di cura, per questi fenomeni morbosi del nostro tempo. Studiando il fenomeno per una importante pubblicazione sulle dipendenze da internet di imminente uscita, (Internet: l’amico pericoloso. Collana Dafni e Cloe secondo volume, Liguori editore) apprendiamo che le nuove generazioni, i “Nativi digitali” (così chiamati perché nati negli anni 2000) sono immersi nella realtà della rete costantemente. E ci siamo resi conto che essi hanno scavato un solco profondo fra loro stessi ed i propri genitori. I “migranti sociali” di cui siamo parte anche noi, devono fare un salto, uno scatto d’intelligenza per comprendere cosa sta accadendo. E noi, per poter comprendere abbiamo chiesto aiuto a delle adolescenti e ne è venuto fuori un dibattito affascinante dal quale emerge però una realtà di disagio profondo. Sono sempre connesse, ma questa connessione non….

L’articolo della psichiatra e psicoterapeuta Ludovica Costantino prosegue su Left in edicola


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