Si riempie di nuove ombre Bauhinia Square, la piazza simbolo di Hong Kong dove il primo luglio del 1997 fu siglato il passaggio della città-Stato, dopo 159 anni, dalla Gran Bretagna alla Cina. In questi venti anni la vita nella popolosa metropoli ha continuato scorrere, per quanto a ritmo alterno fra i grattacieli disegnati da archistar e i più diffusi alveari verticali con appartamenti minuscoli ma ugualmente costosi. Il vivace melting pot honkongese sovrasta la City e la strada, alimenta il grande cinema d’autore e quello di genere, la letteratura colta e il noir. Riesce abilmente a far incontrare questi due registri, alto e basso, lo scrittore Chan Ho Kei, che abbiamo conosciuto tre anni fa in occasione dell’uscita per Metropoli d’Asia del suo Duplice delitto ad Hong Kong. Dopo il successo asiatico del suo The Borrataya owed in attesa di leggere ad agosto il suo nuovo libro che racconta storie di hackers e indaga il fenomeno del cyberbullismo, siamo tornati a trovarlo per sapere cosa è cambiato nella scena culturale di questa vivace regione amministrativa speciale della Cina; per cercare di capire cosa potrebbe cambiare in peggio riguardo alla libertà e al rispetto ai diritti umani che i ragazzi di Occupy central tre anni fa chiedevano con forza e strumenti di lotta non violenta.

Mentre si avvicina il ventesimo anniversario del ritorno di Hong Kong alla Cina si intensifica il controllo di Pechino?

Per capire cosa sta succedendo bisogna tornare a tre anni fa, alla cosiddetta Rivolta degli ombrelli del 2014. Da allora ci sono stati molti cambiamenti nel mondo dell’editoria ad Hong Kong. Sono usciti tanti libri di storia locale. Le persone sono molto interessate a tutto ciò che riguarda la nostra società. Oserei dire che negli ultimi 50 anni non sono mai state così attente a ciò che accade dal punto di vista sociale come lo sono oggi. Escono numerosi titoli di taglio politico. È un bel segnale, ma al tempo stesso è il frutto di una preoccupazione crescente per la sfida che ci aspetta.

Almeno giova al mercato editoriale?

In realtà gran parte delle case editrici sono state costrette a chiudere a causa dal costo molto alto degli affitti. Così negli ultimi vent’anni molti libri sono stati stampati in Cina. Con il risultato che molte librerie qui hanno cominciato a censurarsi nelle scelte. Preferiscono non ordinare libri considerati poco in linea con ciò che piace al governo di Pechino. La conseguenza è che molti libri devono essere stampati qui, ma i costi diventano vertiginosi.

Nonostante questo però sono usciti titoli che hanno scatenato un certo dibattito.

Sì negli ultimi tre anni alcuni editori locali si sono concentrati sulla pubblicazione di libri sulla politica cinese. Alcuni sono diventati estremamente popolari, ma fra lettori che non vivono qui. Hanno trovato un folto pubblico fra i turisti provenienti dalla Cina. Da loro sono libri. Così vanno a ruba fra i cinesi di passaggio che di contrabbando li portano nella madrepatria. Dopo la vicenda del sequestro e della sparizione di alcuni editori della Causeway Bay, tra il 2015 e il 2016, molte case editrici specializzate in questo tipo di pubblicazione sono state costrette a chiudere i battenti. Temevano che agenti segreti cinesi potessero rapirli come è successo ai loro colleghi.

Censura e autocensura sono due fenomeni macroscopici in Cina. Teme che possano riguardare anche Hong Kong?

Anche se la piena libertà di Hong Kong comincia a scricchiolare siamo ancora protetti dal patto “Un Paese con due sistemi”. I libri censurati in Cina, come ad esempio i romanzi di Yan Lianke, sono ancora pubblicati ad Hong Kong e sono reperibili nelle librerie. Gli scrittori di qui possono ancora trattare temi proibiti in Cina. Possiamo mandare i nostri lavori a Taiwan e farli pubblicare da un editore di lì e poi venderli qua (in Hong Kong più del 70 per cento dei libri sono stampati a Taiwan). Al momento possiamo ancora scrivere senza censura. Ma non so quanto potrà durare.

L’intervista a Chan Ho Kei è tratta da Left n. 25/2017


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