Condividi

L’avanzata è lenta ma incessante. Da ottobre l’esercito governativo di Baghdad è impegnato nella controffensiva per la ripresa della seconda città irachena, il principale centro sunnita e cuore commerciale dell’Iraq, dall’occupazione dello Stato Islamico. Una battaglia dal sapore storico, campale: Mosul è ad un passo dalla liberazione. Mentre andiamo in stampa, si contano ancora 3-400 miliziani islamisti, arroccati in 500 metri dentro la Città Vecchia ma affatto intenzionati ad arrendersi: domenica scorsa l’ennesima strage, 28 civili in fuga uccisi dai cecchini islamisti, mentre una kamikaze si faceva saltare in aria in un campo profughi a 0 km dalla città uccidendo 14 sfollati.

Sono ancora 100mila i civili intrappolati, principali vittime della guerra: nei giorni scorsi i comandanti dell’esercito iracheno hanno parlato di un bilancio indefinito di corpi sotto le macerie delle case bombardate dal cielo o colpite via terra dagli scontri strada per strada.

Una battaglia campale ma non liberatoria come dovrebbe essere. Dopo Mosul, l’Iraq si trova di fronte al baratro. La percezione della devastazione sociale e nazionale (prima che fisica, in termini di vite umane, sfollati, infrastrutture) ci era stata svelata con amara chiarezza nei campi profughi del Kurdistan iracheno, a poca distanza dalla linea del fronte, e dagli sfollati abbandonati in una terra di nessuno tra la provincia di Nineve e Kirkuk. Nei primi sono stati accolti yazidi scampati al genocidio di Sinjar, kurdi, sunniti da Mosul, cristiani da Qaraqosh. Nella terra di nessuno sono finiti centinaia di migliaia di sunniti delle regioni occidentali, a cui i peshmerga di Erbil e le autorità di Baghdad hanno chiuso le porte.

I loro racconti seguivano un unico leitmotif…

L’articolo di Chiara Cruciati prosegue su Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Commenti

commenti

Condividi