«Quando ho accettato la richiesta di Fabo, sapevo di andare incontro al rischio di essere processato, così come lo sanno Mina Welby e Gustavo Fraticelli per le altre persone che abbiamo aiutato e continuiamo ad aiutare. Il processo sarà l’occasione per difendere il rispetto della libera e consapevole scelta di Fabo di interrompere una condizione di sofferenza insopportabile. Sarà anche l’occasione per processare una legge approvata in epoca fascista che, nel nome di un concetto astratto e ideologico di vita, è disposta a sacrificare e calpestare le vite delle singole persone in carne e ossa». E così per Marco Cappato, il tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, è stata disposta nei giorni scorsi l’imputazione coatta per aver accompagnato in Svizzera Dj Fabo per la pratica del suicidio assistito. Nel commentare la decisione del gip di Milano Luigi Gargiulo, Cappato ha espresso rispetto per la giustizia e ha annunciato che «l’azione di disobbedienza civile» che l’associazione porta avanti dal sito soseutanasia.it proseguirà «fino a quando il Parlamento non avrà avuto il coraggio di decidere sulla nostra proposta di legge di iniziativa popolare depositata ormai quattro anni fa». Già, perché come nota il tesoriere dell’associazione Coscioni «persino sul testamento biologico la politica ufficiale è incapace di assumersi le proprie responsabilità». L’isolamento della Coscioni appare palese e alla sordina mediatica imposta alle sue iniziative di civiltà – che non riguardano singoli casi ma sono sempre condotte nell’interesse della collettività – si somma il doppio gioco della politica italiana. Che sul fine vita, sin dal disegno di legge sul testamento biologico elucubrato subito dopo la morte di Eluana Englaro nel 2009, si mostra più attenta a non urtare la suscettibilità del Vaticano, che ai diritti costituzionali dei cittadini. Su tutti, quello alla salute. Non a caso le bozze di legge si impolverano in Parlamento, e non a caso anche al di fuori del Palazzo il dibattito pubblico su eutanasia e dichiarazioni anticipate di trattamento mostra un encefalogramma piatto. Salvo rianimarsi temporaneamente quando la Chiesa cattolica decide di intromettersi pubblicamente per depotenziare gli effetti di situazioni che ritiene “pericolose”. Intervenendo con le sue bocche da fuoco in maniera ideologica e antiscientifica. È accaduto con Welby, Dj Fabo e altri, e sta accadendo con il caso di Charlie Gard. “La vita è di Dio quindi un medico non può staccare la spina”. Si può tranquillamente sintetizzare così la bioetica cattolica sul fine vita. Un’idea astratta che denota indifferenza per le sofferenze cui è sottoposto inutilmente un malato terminale. Ben diversa, per dire, da quella che c’è dietro ogni azione e decisione dei medici del Great Ormond Street Hospital di Londra e dei giudici della Corte londinese che si sono pronunciati sulla opportunità di interrompere le cure palliative di Charlie per evitargli inutili sofferenze. Al centro c’è la persona, tutto ruota intorno al concetto di «child’s best interest». Questo principio ha permesso al giudice di porsi nei panni del piccolo paziente e di decidere in modo autonomo e oggettivo quale sia l’interesse prevalente per lui, avendo rilevato su istanza dei medici che i genitori – comprensibilmente disperati per la morte certa del figlio e illusi da improbabili cure testate solo su topi – non ne erano più in grado.
Charlie è vissuto intubato in rianimazione 10 mesi e due settimane dei suoi 11 mesi di vita. Al momento di andare in stampa non sappiamo fino a quando sarà tenuto artificialmente in vita. Ma sappiamo che ogni secondo della sua brevissima esistenza non è mai stato solo. Attorno a lui anche numerosi “sconosciuti”. Medici e giudici per i quali la priorità è il suo diritto alla salute e a non essere torturato da sofferenze inutili. Tutti si sono adoperati affinché gli fossero garantiti senza lasciare nulla di intentato. Fino al suo ultimo, dignitoso, respiro. Questo, in Italia non sarebbe possibile.

L’articolo di Federico Tulli è tratto da Left in edicola


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