Dopo 35 anni di lavoro nella Galleria degli Uffizi, il direttore Antonio Natali se ne andò raccontando in un video ironico e un po’ bianciardiano, il suo mettere tutto in una scatola e chiudere la porta del maggior museo fiorentino che per lunghi anni era stato di fatto la sua casa. Da funzionario, con uno stipendio che si aggirava intorno a 1600 euro, Natali ha fatto sì che gli Uffizi si aprissero al territorio e diventassero un luogo di studio, con mostre con cui sono stati riscritti capitoli importanti della storia del Manierismo, incentrati sui suoi amatissimi Pontormo e Rosso. Poi Renzi e Franceschini, in veste di premier e ministro dei Beni culturali hanno deciso di indire il famigerato concorso internazionale per la nomina di venti direttori di altrettanti musei italiani, tutti insieme. Così è stato selezionato l’attuale direttore degli Uffizi, Eike Schmidt, con molta esperienza nel mondo delle aste. Il mese scorso quel famigerato concorso è stato invalidato dal Tar perché violava norme vigenti, ma anche per irregolarità nei colloqui a porte chiuse. Di tutto questo l’ex direttore Natali preferirebbe non parlare, ma la sua passione per la ricerca e nuove uscite nella sua collana “iconologia” per l’editore Maschietto ci hanno offerto lo spunto per questa sua generosa intervista.

Professor Natali, si parla molto dell’Italia come museo diffuso perché ogni piccolo borgo ha monumenti di rilevanza storico artistica. Per dirigere un museo occorre anche una conoscenza approfondita del territorio?

Il museo degli Uffizi è nato dal collezionismo di una famiglia, i Medici, e poi son venuti i Lorena e lo Stato italiano. Ha strettissimi rapporti con l’intorno. Perciò come direttore mi ero concentrato sulla restituzione al territorio, con la collana di mostre La città degli Uffizi in particolare badavo a riallacciare i fili della storia anche dimostrando la riconoscenza dell’istituto che dirigevo nei confronti di quesi contesti che nei secoli gli avevano dato linfa. Un museo non è solo un luogo di conservazione, né tanto meno serve solo per far denaro come viene detto oggi («Gli uffizi sono una macchina da soldi» disse Renzi il 29 novembre 2012 ndr), ma è un luogo di educazione e di formazione, è un istituto culturale, ma anche un luogo dalla propensione centrifuga. Nel senso che il museo si deve aprire alle terre intorno, e così è accaduto, fino al punto di arrivare in terra partenopea con la mostra Gli Uffizi a Casal di Principe nel 2015. Il museo è il luogo da cui la cultura parte e si diffonde.

Lei ha realizzato 13 mostre in 9 anni, che alle spalle avevano un lavoro scientifico. Il museo è anche luogo di ricerca?

Il numero non l’ho contato, ma sì, questo lo posso dire perché il mio fine era divulgare, che per me è un fine molto nobile, ovviamente deve essere una divulgazione scientificamente fondata, è lo strumento più democratico. Lavoravamo con i più esperti, avvertendoli che il pubblico era ad ampio spettro. Una mostra non deve essere una funzione liturgica per pochi intimi, doveva essere popolare, ma con dietro preparazione, altrimenti si scade nella comunicazione turistica dove vale più l’aneddoto che altro. Importante è stato anche scegliere bene gli argomenti che non fossero dei feticci. Le mostre fatte in luoghi privati o da organizzazioni private hanno bisogno di un ritorno immediato, lo capisco. Ma il rischio è che si ripetano sempre gli stessi argomenti con i soliti nomi. Io credo che lo Stato abbia il dovere di fare proposte culturali che allarghino le vedute, non deve proporre feticci, pensando solo al profitto. I musei, la scuola, le biblioteche non si possono valutare con i sistemi aziendali, in base ai guadagni. Ciò che conta è se da un museo si esce più colti. Per questo avrei voluto intitolare ….

L’intervista ad Antonio Natali prosegue su Left in edicola


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