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In una rovente serata di mezza estate a Roma, sul palco dell’Ippodromo delle Capannelle è esploso il rock. Per due ore consecutive Anthony Kiedis e compagni hanno trascinato il pubblico in un flusso di energia ininterrotto e inebriante.

Nella prima delle due tappe italiane (la seconda è stata Milano) i Red Hot Chili Peppers hanno dato il meglio di sé.

Gli scatenati californiani hanno aperto con “Can’t stop” e chiuso con “Give it away”, eseguendo tra l’uno e l’altro i brani più belli e suggestivi prodotti dal 1984 ad oggi.

Se, come ha fatto intendere Chad Smith in una recente intervista, questo potrebbe essere l’ultimo tour internazionale della band, l’atmosfera non era certo né nostalgica né decadente. L’entusiasmo e la vitalità dei tre componenti storici (Kiedis, Flea e Smith 54 anni ognuno) hanno cancellato ogni categoria temporale per concentrarsi in un presente intensissimo dove i RHCP sembrava vivessero per la prima volta l’ebbrezza del successo mondiale. Ed è questo che il pubblico ha sentito insieme a loro in due ore adrenaliniche dove non “pogare” era impossibile.

Nessuno si è risparmiato sul palco, dal vulcanico e storico batterista Chad Smith al più giovane della band Josh Klinghoffe che, dopo aver definitivamente sostituito Jack Frusciante nel 2009 diventando il chitarrista ufficiale, ci ha regalato un’inedita versione di “Io sono quello che sono” di Mina.

Inesauribile la carica di Flea che con i suoi assolo mirabolanti ha portato il basso ad un sound a tratti irriconoscibile e che per resistenza fisica ed esuberanza ha conteso il primato a Keidis il quale, a sua volta, ha saltato e piroettato sul palco per due ore senza soluzione di continuità.

Frontman indiscusso ed anima sensuale del gruppo Anthony Kiedis ha interpretato ogni brano con quel lieve scarto dalla traccia originale sufficiente a far sentire unica ogni esecuzione, per poi raggiungere l’apice in una versione struggente di Under the bridge.

Insomma i Red Hot Chili Peppers sono stati una perfetta macchina da musica che non ha sbagliato un colpo, compreso l’omaggio agli Stooges con “I wanna be your dog”. E forse è proprio questa perfezione a nascondere l’unico neo di un concerto sicuramente storico. Perché nell’esecuzione appassionata e ineccepibile si è un po’ perso, forse, il rapporto con il pubblico, pochi gli scambi, un paio di tentativi faticosi di ringraziare in un italiano stentato un pubblico adorante.

Ma da vere rock star hanno saputo stupire e recuperare la defaillance quando Kiedis ha invitato sul palco Everly Bear, il figlio di dieci anni, per cantare con lui “Goodbye angels”: di nuovo presente e passato fusi insieme in un’emozione contagiosa.

Curioso che il pubblico fosse composto soprattutto da chi non era ancora nato quando i RHCP hanno iniziato la parabola del successo: venti, venticinque anni al massimo l’età media, meno della metà i fan storici.

Come dire: i giovani riconoscono bene la buona musica. Quando c’è. E a Roma ce n’è stata tanta.

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Le prossime date del Tour

I RHCP si esibiranno stasera a Parigi (Lollapalooza) e martedì al Cracovia Stadium (Polonia); il 27 luglio si sposteranno in Lettonia a Riga (Lucavsala Island); il Tour europeo proseguirà quindi a Helsinki (29 luglio) e Reykjavik (31 luglio, Nyja Laugardalshollin); dopo una pausa ad agosto, la band di Flea, Kiedis&Co. riprenderà a esibirsi negli Usa: in California a Del Mar (15 settembre, Kaaboo del mar) e a New York (17 settembre, The Meadows music & arts). Il 20-21 è in programma una doppia data irlandese, all’Arena di Dublino; il 24 settembre saranno in Brasile, a Rock in Rio. Infine le ultime sei date: 7-14 ottobre in Texas, Austin city limits music festival; 10-11 ottobre a Città del Messico (Sports palace); 16 ottobre in Colorado al Pepsi center di Denver; tappa conclusiva in Arizona, alla Gila river arena di Glendale il 18 ottobre. (A cura della redazione)

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