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Mancano solo nove settimane: il 24 settembre prossimo la Germania eleggerà il suo nuovo Parlamento. «La Russia tenterà di hackerare le elezioni tedesche?» è la domanda titolo del pezzo firmato Anna Sauerbrey in prima pagina sul New York Times. «Per il momento i nostri occhi sono su Angela Merkel, l’incombente, e Martin Schulz, lo sfidante di sinistra. Ma c’è anche un altro giocatore nella campagna, un giocatore sospettosamente silenzioso fino ad ora: la Russia».

Fino ad ora è stato dato per scontato che gli hacker russi avrebbero attaccato Berlino, proprio come hanno attaccato i suoi due più vicini alleati, gli Stati Uniti e la Francia. Inoltre, non sarebbe la prima volta: già nel 2015 gli hacker hanno rubato dati a 16 membri del Bundestag, Cancelliera inclusa, e l’attacco proveniva da quel Fancy Bear che ha penetrato i server delle mail del comitato del partito democratico americano di Hillary Clinton e quelli della Republique en Marche del poi eletto Emmanuel Macron, in Francia.

Si materializzerà un attacco contro il nuovo Parlamento? Probabilmente, but it won’t matter, ma non importerà, scrive il quotidiano: «Il Cremlino ha ben poco da guadagnare nell’interferenza del voto tedesco. In Francia la candidata della destra, con posizione anti europea è arrivata fino all’ultimo round. E negli Stati Uniti, beh, conoscete la storia. In Germania, invece, con il sistema di rappresentanza proporzionale, i governi di coalizione sono la regola. Se gli hacker dovessero rilasciare informazioni che potrebbero influenzare il voto, si tratterebbe solo di alcuni punti di percentuale, che non cambierebbero poi molto. Il sistema di voto tedesco, designato dopo la seconda guerra mondiale, per immunizzare il paese contro il totalitarismo, agisce adesso anche come un firewall», ovvero come un muro di protezione, un taglia fuoco, nella guerra cybernetica.

«La differenza tra i due maggiori partiti, il centro social democratico e la destra centrista dei cristiani democratici, è marginale. Vero è che alcuni socialdemocratici propendono di più verso la Russia e sono critici nei confronti della spesa NATO, ma il partito rimane comunque europeista e a favore dell’Alleanza nordatlantica. La Merkel ha una percentuale dominante del 15%. Il partito di destra, Alternativa per la Germania, è troppo piccolo per contare qualcosa e nessun grosso partito accetterebbe una coalizione con loro. In più, in Germania la popolazione legge ancora giornali di qualità, guarda la tv pubblica. A gennaio 2016 alcuni media russi in Germania hanno diffuso informazioni false su una minore russo-tedesca violentata da tre uomini di origine araba. Il caso è spesso citato come esempio di guerra dell’informazione, ma, in ogni caso, dal punto di vista russo, è visto come un fallimento. L’umore del pubblico non poteva essere dei migliori, perché la campagna è stata condotta proprio quando andavano assorbite le notizie degli assalti sessuali compiuti a Colonia da uomini di origine nordafricana a Capodanno. Ma poiché i maggiori media del paese sono ancora rispettati, la fake news non è arrivata lontano».

Ecco un altro punto a vantaggio tedesco: una classe politica immune agli scandali almeno dal 1999, quando si scoprì che alcuni socialdemocratici avevano accettato milioni di fondi illegali, tenendoli in conti nascosti. «Per molti tedeschi i politici sono noiose frecce dritte ed è esattamente così che li vogliono» scrive il NYT.

«Questo non vuol dire che la Russia non proverà niente, provarci è nel DNA degli hacker, specialmente se si tratta di leader che si oppongono a Putin. Dopo tutto, la gran parte della politica estera di Putin si basa sull’esposizione dell’ipocrisia e del ridicolo dell’inconsistenza dell’Occidente». La Germania ha appena approvato una legge contro le fake news, ma le contromisure migliori, non sono quelle legali o tecniche, ma sono la preservazione della cultura politica: «se si riesce a fare questo, Fancy bear o no, la Germania si scrollerà tutto di dosso con un’alzata di spalle».

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