E così i centristi, che alla Camera avevano dato il loro assenso, non sono stati più disponibili a fornire alla legge sullo ius soli il sostegno per la sua approvazione al Senato. L’ostilità alla legge del Movimento 5 Stelle, della destra, e il mancato appoggio di una parte della maggioranza, hanno spinto il governo a rinviare a dopo l’estate. Non sappiamo se questo sia solo un rinvio, oppure segni la fine di quella legge, ma al di là delle ragioni contingenti che avrebbero indotto il governo a rinunciare, qualche domanda dobbiamo porcela. Come mai proprio i centristi, il partito più vicino alla Chiesa cattolica – che dunque sappiamo a quali sollecitazioni risponda -, hanno cambiato posizione su questa scelta di civiltà? Come mai il cattolicissimo Mattarella ha espresso sollievo per la rinuncia del cattolicissimo Gentiloni? E perché, pur vedendo la legge con favore, su questo tema la Chiesa ha mantenuto un certo riserbo? Non invochiamo qui certo l’ennesima ingerenza, ma vorremmo sollevare qualche domanda, poiché il mondo cattolico è stato molto tiepido nei confronti della legge, fornendo un contributo decisivo alla sua mancata approvazione. La risposta non è difficile da trovare. La dottrina cattolica considera come atti d’amore la carità, il sostegno alla sofferenza, l’aiuto ai bisognosi, ma quando si tratta dell’esercizio dei diritti e del principio di uguaglianza ha sempre mostrato estrema cautela. La ragione di ciò va individuata in un nodo diffi9cile da sciogliere. Per la Chiesa, infatti, i diritti non provengono dalla sovranità popolare, dunque non sono connessi allo sviluppo della democrazia e all’esercizio della libertà, ma da dio. E questo è un fatto che l’analisi della storia e del pensiero cattolico può facilmente accertare. Non solo la Chiesa ha sempre contrastato la concezione dei diritti dell’uomo come definiti dalla dichiarazione del 1789 – affermando che la libertà di culto, di pensiero, di stampa, come anche l’idea che tutti gli uomini siano uguali, sono principi contrari alla religione cattolica -, ma anche quando, con la Rerum Novarum del 1891, Leone XIII ha riconosciuto alla “persona” alcuni diritti di tipo economico (giusto salario, vita dignitosa, diritto alla proprietà, contratti e protezioni nei luoghi di lavoro) è rimasto ben lontano dal sostenere quei diritti politici che erano lo strumento tramite il quale le classi subalterne potevano emanciparsi anche economicamente. È per questa sua opposizione alla libertà politica che la Chiesa si è sempre trovata a suo agio accanto alle peggiori dittature, da quella di Mussolini, a Franco (la cui Costituzione fu a lungo considerata come modello ideale per i rapporti tra Stato e Chiesa), all’America latina. L’ostilità della Chiesa all’affermazione dei diritti dell’uomo prosegue fino al secondo dopoguerra, quando, dopo le catastrofi generate dalla loro negazione, con le discussioni e le lacerazioni tra i cattolici attorno ai principi sanciti dalla Carta delle Nazioni unite del 1948, e poi con Giovanni XXIII, si giunge al fatto che la Chiesa riconosce i diritti della «persona umana», indicando però con questa dizione la necessità che i diritti dell’uomo rimangano subordinati ai diritti della persona: questi ultimi, in realtà, più che diritti dell’individuo sarebbero diritti di dio, e di essi dunque la Chiesa vuole esserne l’interprete. La libertà e l’uguaglianza (tra uomini e donne anzitutto, ma anche tra battezzati e non battezzati, tra credenti e non credenti, tra ebrei – definiti fino al Concilio Vaticano II come “popolo deicida” – e cattolici, e via elencando) dunque, non sono temi che trovano spazio nella sua dottrina. Così, anche per questo, la Chiesa è a suo agio quando deve fare la carità, ma lo è molto meno quando si tratta di affermare un’uguaglianza nei diritti. Dunque la legge sulla cittadinanza può anche essere messa da parte. Certo, il mondo cattolico ormai è un mondo assai articolato….

L’articolo di Andrea Ventura prosegue su Left in edicola


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