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Il “racconto” delle mafie è, per ovvie ragioni, molto presente nel dibattito pubblico italiano. Non è stato sempre così. Per lunghi anni, fino all’inizio degli anni Ottanta, la presenza delle mafie, in particolare la loro dimensione criminale come organizzazione distinta dal tessuto socio-culturale dei territori, è stata negata. C’è stato bisogno della forza analitica di molti intellettuali, della denuncia in sede civile e politica di molti cittadini e poi dell’azione del legislatore e della magistratura, per prendere piena coscienza del fenomeno sul piano culturale, normativo e giudiziario e mettere in campo misure adeguate di prevenzione e repressione.
Oggi molto è stato fatto, i principali latitanti sono in carcere, le organizzazioni più pericolose sono state pesantemente colpite, i collaboratori di giustizia sono ormai centinaia, i beni sottratti alle mafie costituiscono un patrimonio di enorme valore che può essere messo a frutto per aprire nuove opportunità nell’economia legale.
Eppure lo spettro si aggira ancora. Se la parte violenta e predatoria è stata contenuta, la parte finanziaria non trova ancora argini sufficienti. Considerevoli flussi di capitali di provenienza “mafiosa” invadono i mercati, ne influenzano gli assetti, fanno sentire il peso della forza economica sui poteri legali. Figure legate a quei mondi e interessi finanziari e di impresa operanti alla luce del sole si uniscono in circuiti di scambio reciprocamente vantaggiosi. I capitali sporchi bussano alle porte di imprese del nord e centro Italia sfruttando i varchi aperti dalla crisi. Travalicano poi le frontiere e si inseriscono nei flussi economici globali, si intrecciano con altre forme criminali, si mescolano con i poteri costituiti. Danno vita così a reti di cointeressenze che perdono i tratti che comunemente associamo al gruppo mafioso e che richiedono sul fronte investigativo diversi metodi e competenze di indagine.
Ecco che il panorama cambia completamente: non più….

L’articolo di Luciano Brancaccio prosegue su Left in edicola


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