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Dal De Vulgari eloquentia di Dante siamo passati alla Volgare eloquenza del dibattito pubblico attuale. Divagazioni linguistiche sulla crisi della democrazia.«Se il pensiero corrompe il linguaggio, il linguaggio può corrompere il pensiero», diceva Orwell

Triviali bagarres a Montecitorio, risse tra i banchi parlamentari, gesti scurrili accompagnati dall’esibizione di cartelli offensivi e dal lancio di oggetti impropri, fino alla minaccia del cappio scorsoio. Le scene avvilenti che sempre più spesso appaiono nei Tg, si accompagnano a un decadimento della lingua italiana. Le parole hanno paralizzato la politica: è quanto denuncia nel suo nuovo saggio, Volgare eloquenza Giuseppe Antonelli, docente di linguistica italiana all’Università di Cassino e conduttore della trasmissione di Radio3 La lingua batte. Le vecchie contorsioni del “politichese”, lingua iniziatica e oscura – esemplare lo scalfariano «convergenze parallele» – hanno lasciato il posto al vaniloquio dei talk-show, alla retorica dello storytelling renziano, alla fumosità delle narrazioni vendoliane, alla tracotanza delle iperboli grillesche. Imprecazioni, maledizioni, insulti imperversano sui social network, obbedendo a un paradigma di rispecchiamento al ribasso.

Un gioco di specchi in cui il narciso di turno blandisce e asseconda l’esasperazione crescente della “gente”. Dove il termine ha sostituito la parola “popolo”, così come l’aggettivo “popolare” ha lasciato il posto all’universale “populista”, buono per tutte le stagioni.

Da Bossi a Berlusconi si sbandiera la scelta di….

L’articolo di Noemi Ghetti prosegue su Left in edicola


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