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Triviali bagarres a Montecitorio, risse tra i banchi parlamentari, gesti scurrili accompagnati dall’esibizione di cartelli offensivi e dal lancio di oggetti impropri, fino alla minaccia del cappio scorsoio. Le scene avvilenti che sempre più spesso appaiono nei Tg, si accompagnano a un decadimento della lingua italiana. Le parole hanno paralizzato la politica: è quanto denuncia nel suo nuovo saggio, Volgare eloquenza Giuseppe Antonelli, docente di linguistica italiana all’Università di Cassino e conduttore della trasmissione di Radio3 La lingua batte. Le vecchie contorsioni del “politichese”, lingua iniziatica e oscura – esemplare lo scalfariano «convergenze parallele» – hanno lasciato il posto al vaniloquio dei talk-show, alla retorica dello storytelling renziano, alla fumosità delle narrazioni vendoliane, alla tracotanza delle iperboli grillesche. Imprecazioni, maledizioni, insulti imperversano sui social network, obbedendo a un paradigma di rispecchiamento al ribasso.

Un gioco di specchi in cui il narciso di turno blandisce e asseconda l’esasperazione crescente della “gente”. Dove il termine ha sostituito la parola “popolo”, così come l’aggettivo “popolare” ha lasciato il posto all’universale “populista”, buono per tutte le stagioni.

Da Bossi a Berlusconi si sbandiera la scelta di….

L’articolo di Noemi Ghetti prosegue su Left in edicola


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