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Una storia sul potere, sui machete e sulle fosse comuni, ma soprattutto sul silenzio che li circonda. A Nganza, nel cuore della Repubblica democratica del Congo: «I corpi si stanno decomponendo da mesi e la terra che li ricopre sta per seppellirli del tutto». La puzza di morte è insopportabile nel Paese africano grande quanto tutta l’Europa occidentale e nove paesi stranieri ai confini.

Circa 3300 persone sono morte da ottobre scorso, quasi un milione e mezzo di abitanti sono scappati dalle loro abitazioni, parte di loro ha cercato rifugio in Angola. La violenza è diventata lutto familiare per molti. Le truppe governative hanno ucciso il leader dei ribelli che tutti conoscevano solo con il suo nome di battaglia, Kamwina Nsapu, la “formica nera”.

«Sono ovunque. Qui vicino alle case, dove la donna sta asciugando i vestiti. Qui nel campo, dove stanno giocando i bambini. Ci sono fossi, pieni di centinaia di cadaveri», scrive Kimiko de Freytas Tamura sul New York Times. Intorno ai corpi, nascosti più che seppelliti sotto terra, ci sono i soldati con i kalashnikov, occhiali da aviatore e berretti rossi. «Non sono qui per proteggere la popolazione, ma per evitare che qualcuno investighi su quello che è successo a marzo: il massacro silenzioso di Nganza, parte di un conflitto più ampio nella regione del Kasai, dove le truppe governative stanno combattendo la milizia che si oppone al presidente Joseph Kabila». Kabila sta rimandando le elezioni per rimanere al potere, che detiene da 16 anni: gli serve tempo per cambiare la costituzione e provare a ricandidarsi per la terza volta.

Deportazioni forzate. Amputazioni. Decapitazioni. Fucilazioni. «La gente la chiama semplicemente guerra». Una famiglia di 12 persone è stata bruciata viva. Sono passati alcuni mesi da quei 3 giorni in cui 500 persone insieme sono state uccise. Le pietre durante gli attacchi hanno distrutto centinaia di case e ora i muri sono rimasti neri dopo le fiamme. I soldati, racconta la popolazione, si erano arrampicati sulle piante di avocado per prendere meglio la mira sui residenti locali in fuga.

L’etnia luba è un bersaglio perché parla la lingua tshiluba, lo stesso idioma della popolazione di Kamwina Nsapu, invece che lo swahili, la lingua comune dei soldati. Kabila, 46 anni, vuole quello che i congolesi chiamano “le glissement”, slittare verso il terzo mandato, proibito dalla costituzione, mentre il suo mandato è ufficialmente terminato il 20 dicembre scorso. Il padre di Kabila è stato assassinato nel 1997 e il figlio ne ha preso il posto nel 2001. Per le elezioni mancano comunque 1 miliardo e 800mila dollari che il governo non ha, in una delle terre più ricche di diamanti, cobalto, uranio, diamanti e petrolio al mondo.

La guardia presidenziale conta 40mila membri brutali e fedeli. «Come il re belga Leopoldo II, Kabila usa il Congo come il suo feudo personale, usando il Paese come una gigante macchina per fare soldi», con il commercio di diamanti di cui detiene i permessi di estrazione al confine del Paese.

I soldati hanno sterminato intere famiglie spalancando porte e uccidendo tutti. «Sono una civile, sono innocente». Lo ha detto Ntumba Kamwabo, 29 anni, a cui hanno cavato un occhio sparandole al volto, mentre un altro colpo le è arrivato nel braccio. Adesso di fronte casa sua, insieme al fratello di suo marito Mwamba Konyi, ci sono seppelliti i suoi figli. Chi abita nelle case del vicinato ha seppellito in cortile gli amici.

«È la peggiore crisi umanitaria da decenni, entrambe le controparti hanno commesso gravi crimini» ha detto Jose Maria Aranaz, a capo della missione locale delle Nazioni Unite. «Si stanno processando i soldati semplici, non i comandanti. Finché i leader militari non verranno messi davanti alle loro responsabilità, l’impunità continuerà». Finora sono state rivenute 80 fosse comuni colme di cadaveri, ma i corpi non possono essere esaminati, perché è compito delle autorità locali.

La versione ufficiale del governo è che si tratta di fosse comuni dei cadaveri di combattenti della milizia ribelle, non di civili: «Se c’è qualche civile tra i cadaveri dei miliziani, la causa è colera o febbre gialla, non uccisioni sponsorizzate dal governo». A Kananga, capitale della regione del Kasai, i testimoni raccontano cose diverse ed opposte alla narrativa delle autorità. I soldati hanno rubato tutte le cose di valore dalle loro case, dalla tv agli animali della fattoria. Chi non possedeva abbastanza averi, veniva ucciso, «insieme a neonati, vecchi e disabili, a cui è stata tagliata la gola nei loro salotti».

Nella regione del Kasai adesso tre esperti delle Nazioni Unite stanno investigando i crimini
nei luoghi dove centinaia di truppe governative sono state spedite per sedare la rivolta, due esperti, prima di loro, sono già stati ammazzati mentre tentavano di fare luce sui colpevoli. Anche i loro omicidi sono rimasti insoluti.

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