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Salire sulle pendici del Vesuvio oggi è come affondare i piedi nella sabbia, con buchi profondi e radici di alberi mozzati. Gli incendi lasciano una distesa di cenere impressionante, come in un paesaggio lunare. In superficie si trovano la vegetazione incenerita e, soprattutto, rifiuti. Dopo il fuoco, per il Vesuvio oggi il pericolo è l’acqua con un rischio idrogeologico “catastrofico”. Tutto è iniziato il 9 luglio quando si moltiplicarono i focolai già iniziati tre giorni prima. Poi il giorno successivo la nube che ricopre il vulcano fa il giro del mondo. Ci sono volute due settimane per spegnere il fuoco e per una settimana si era registrata una totale carenza di uomini e mezzi. Emergeva l’assoluta assenza di un coordinamento. Dai media e dai social network venivano diffuse immagini con carabinieri a fare da pompieri e cittadini con le pale a fermare l’avanzata dei roghi. La Regione guidata da Vincenzo De Luca finisce nella bufera: il protocollo per potenziare i Vigili del fuoco viene firmato solo il 14 luglio, una settimana dopo l’inizio degli incendi. Migliaia di ettari bruciati. Sotto accusa anche alcuni amministratori, come il sindaco di Ercolano, il renziano Ciro Bonaiuto, che per tutto il mese di luglio ha seguito dagli Usa la crisi del suo territorio. Spente le fiamme e i riflettori, però, le paure non sono terminate. Molti cittadini sono scesi in piazza per denunciare il nuovo rischio che riguarda i comuni vesuviani: la tenuta idrogeologica in caso di forti piogge…….

Il reportage di Lorenzo Giroffi e Giuseppe Manzo prosegue su Left in edicola


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