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C’è una linea sottile che unisce l’omicidio di Giulio Regeni, ucciso al Cairo tra il gennaio e il febbraio 2016, e quello di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, ammazzati a Mogadiscio il 20 marzo 1994. Non si tratta, ovviamente, di un’analogia nei due fatti di cronaca. Ma della reazione che entrambi hanno provocato nell’opinione pubblica: la voglia di verità, di conoscere, di sapere.

Purtroppo chi reclama trasparenza non pare voglia la verità oggettiva, ma miri invece a far riconoscere come verità la sua tesi precostituita. Una pretesa che non porta a nulla, se non ad allontanare sempre più la verità vera. Non conosco tutte le sfaccettature del mistero Regeni (quelle del caso Alpi invece sì). Ho letto soprattutto il reportage del New York Times, scritto dal Declan Walsh con cui ho lavorato a lungo quando, qui a Nairobi, era il corrispondente dell’Irish Times. Declan è un collega scrupoloso e puntiglioso come ce ne sono tanti anche in Italia. Solo che nel nostro Paese pare che non ci sia nessun editore (di quelli ricchi e facoltosi) disposto a spendere un consistente gruzzolo di denaro e impegnare per quasi tre mesi un suo giornalista in un’inchiesta che riguarda il misterioso omicidio di un ricercatore. In Italia si preferisce fare un gran polverone indicando genericamente un complotto da svelare, usando toni più scandalistici che seri.

E allora Regeni viene presentato via via come studioso al soldo dei servizi segreti britannici o, dalle autorità egiziane, come un drogato o un omosessuale dalle cattive frequentazioni ucciso da un compagno geloso. E si risponde con accuse rivolte ai servizi segreti del dittatore egiziano Abd al-Fattah al-Sisi, quelli ufficiali e quelli deviati. Io non so se sia stato Al Sisi ad aver armato la mano dei servizi segreti, ma mi domando perché nessuno si è preso la briga – almeno ufficialmente – di chiamare in causa i servizi segreti britannici e francesi, che al Cairo hanno una rete notevole di informatori arabi.

Sappiamo che in Egitto gli interessi italiani dell’Eni si scontrano con quelli delle compagnie petrolifere britanniche e francesi, soprattutto dopo che il cane a sei zampe ha messo le mani su un enorme giacimento di gas naturale (850 miliardi di metri cubi, pari a 5.5 miliardi di barili di petrolio) a Zohr a poco meno di 200 chilometri al largo della costa mediterranea del Paese arabo. L’annuncio della scoperta è stato dato qualche settimana prima dell’arrivo al Cairo del ricercatore italiano…

L’articolo di Massimo Alberizzi prosegue su Left in edicola


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