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«Che fretta c’era…!» cantava Loretta Goggi nei lontani anni 80; il ritornello mi assale nel leggere i giornali di questa torrida estate. E non è un caso che nel bel mezzo di agosto giunga tra i vacanzieri distratti e addormentati la notizia della riforma delle superiori il cui percorso verrà ridotto da 5 a 4 anni.
La ministra Fedeli completa un’operazione che si stava tentando di portare a compimento dai tempi di Luigi Berlinguer quando si era pensato di riformare i cicli scolastici con un primo ciclo di sette anni, un secondo di due anni comune e un terzo di tre specifico per i vari indirizzi. Poi, in questi 17 anni, ciascuno degli otto ministri che si sono succeduti ha provato a rilanciare la riforma berlingueriana, ma senza risultati tanto che la Fedeli si difende affermando che in fondo lei “doveva” farla, poiché era stata avviata dai suoi predecessori e non poteva lasciare il lavoro a metà. Fatto sta che da quest’anno in Italia 100 scuole capofila di secondaria superiore daranno avvio alla sperimentazione per “allinearsi” al resto dei Paesi d’Europa. Già perché è questa la motivazione ufficiale: far sì che i nostri ragazzi siano pronti al mondo dell’università e del lavoro a 18 e non a 19 anni come negli altri Paesi europei! E di nuovo mi torna il ritornello: «Che fretta c’era…».
Perché i nostri politici hanno questa spasmodica ansia di mandare a lavorare le nuove generazioni? Qual è l’obiettivo, quale la filosofia di fondo di chi si ostina ad accorciare i tempi di una primavera che inesorabilmente fugge, in barba a progetti e attese di noi esseri umani? C’è chi parla di iscrizione anticipata a 5 anni alle scuole primarie; chi invece si proclama fiero e strenuo difensore dell’alternanza scuola-lavoro per professionalizzare gli adolescenti fin dalla terza superiore e infine, appunto, chi intende abbreviare la frequenza alle superiori e addirittura alle medie. Per non pensare alla riforma universitaria del tre + due che ha sdoganato le lauree brevi triennali, pensando di accorciare i tempi di permanenza – peccato che, notizia di questi giorni, il numero dei laureati italiani continui a diminuire e che il numero di anni di permanenza all’università resti lo stesso di chi frequentava ai tempi del “vecchio ordinamento”. Al di là dei casi specifici per cui magari è anche giusto per un bambino particolarmente sveglio e nato entro il 30 aprile dell’anno in corso essere iscritto prima alla scuola elementare; così come negli istituti tecnici o professionali è auspicabile una buona azione di indirizzo verso le attività lavorative; vorrei riuscire a svolgere una serie di considerazioni per rispondere al ritornello che mi assilla: perché questa corsa spasmodica a porre termine a un percorso che ha come scopo principale la formazione dell’identità umana?

L’articolo di Elisabetta Amalfitano prosegue su Left in edicola


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