Con il libro Se Venezia muore, (Einaudi, 2014) ha lanciato un appassionato J’accuse contro le grandi navi che distruggono la laguna. Ora con Architettura e democrazia – uscito per Einaudi quasi in contemporanea con Cieli d’Europa (Utet) – l’archeologo e storico dell’arte Salvatore Settis allarga lo sguardo a livello globale indagando i fallimenti di questa antichissima disciplina quando, schiava della speculazione, del profitto o di manie di grandezza del potere, perde di vista la propria finalità civile.

In questo nuovo volume, nato da una raccolta di lezioni tenute all’Accademia di architettura dell’università della Svizzera, Salvatore Settis punta il dito contro la «Bigness» (per dirla con Gregotti), la moda di costruire grattacieli in barba al paesaggio, ma anche e soprattutto contro quella mancanza di disegno urbano che fa delle periferie dei luoghi senza identità, cacofonici, invivibili, dove confinare e far sparire alla vista poveri e immigrati. Non è dunque solo un problema di bruttezza, di insopportabile kitsch come quello a cui si sono prestati alcuni architetti toscani che hanno costruito in Cina un outlet che riproduce le fattezze di San Gimignano. Non è “solo” una questione di sfregio al paesaggio ma – rimarca il professore – è anche una fondamentale questione di diritti e di democrazia. Che viene a mancare quando si costruiscono nuovi ghetti, ma anche quando l’upper class va a vivere in quartieri blindati e sorvegliati.

Da una questione di diritti siamo partiti. Vedendo cosa sta accadendo in città storiche come Roma, Venezia e Firenze dove i cittadini, sempre più, sono costretti ad andarsene dai centri storici, presi d’assalto dai turisti e sempre più spesso teatro di sgomberi, come è avvenuto a Roma il 19 e il 24 agosto, quando sono stati cacciati con la forza 800 rifugiati che dal 2013 occupavano un palazzo abbandonato in via Curtatone. Solo Magistratura democratica ha avuto il coraggio di parlare di «prevalenza dei diritti sociali e umani su quelli di proprietà», ma è rimasta inascoltata.

Professor Settis come legge il crescente ostracismo di poveri e migranti in città come Roma?
Le nostre città storiche – Roma come molte altre – hanno avuto una evoluzione nel tempo legata alla cultura dell’ospitalità, una cultura dell’accoglienza che ci può sembrare arcaica, ma è su questa base che si è formata la nostra civiltà. Credo che i due aspetti da lei evocati siano strettamente collegati: l’ostracismo verso i migranti e l’allontanamento degli italiani meno abbienti. Le città sempre più si chiudono in sé stesse innalzando confini interni basati sul censo. È la cosiddetta gentrification. Disoccupati, giovani e meno giovani, non possono permettersi di abitare nei quartieri più qualificati e curati, sono costretti ad andare in periferia. Quelle che un tempo erano le mura urbane sono diventate barriere interne alla città. È una vera discriminazione ad esempio, quella che a Napoli, impedisce a giovani e precari di trovare casa in centro. Se la trovano è in vicoli assolutamente malsani. Si configura così una sorta di «pulizia etnica»…

L’intervista di Simona Maggiorelli a Salvatore Settis prosegue su Left in edicola


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