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Ministra Fedeli, perché i 18 anni? Non è riduttivo dire di volersi allineare con i Paesi europei? A parte il fatto che in Finlandia, Svezia, Danimarca, nei Paesi dell’Est la scuola superiore termina a 19 anni (anche in Olanda, Austria e Germania a seconda degli indirizzi), perché allinearsi a Paesi diversi per tessuto sociale, identità culturale e storia scolastica?
Questa estate, con la riflessione fatta al meeting di Rimini, ho voluto avviare un dibattito sulle prospettive del nostro sistema di istruzione. Credo che i prossimi mesi, quelli di fine legislatura, vadano dedicati a questo: ad una riflessione su cosa il Paese pensa sia necessario per la scuola, per rafforzarla e farne un asse portante dello sviluppo. La riflessione sull’obbligo a 18 anni non guarda tanto, o comunque non solo, a cosa accade oltre i nostri confini, ma tiene conto, innanzitutto, della necessità, oggettiva, di innalzare i livelli di istruzione in Italia – qui sì per raggiungere i tassi di diplomati che si hanno altrove – e di intercettare e rispondere ai cambiamenti sociali. Si tratta di questioni delle quali si discute da almeno 20 anni e per le quali è necessario il coinvolgimento di tutto il mondo della scuola, dei decisori politici, di intellettuali ed esperti, di tutti i soggetti coinvolti a vario titolo. Una discussione della quale si è tornati a parlare in questi giorni è, poi, quella che riguarda la riforma dei cicli scolastici, un tema distinto ma in qualche modo legato a quello dell’obbligo. Il primo a parlarne, pensando ad una uscita anticipata a 18 anni, fu il ministro Berlinguer, nel 2000. La sua azione fu bloccata, poi, dalla ministra Moratti, ma ripresa nel 2013 da una commissione istituita dal ministro Profumo. La prima sperimentazione di corsi di 4 anni è partita nel 2013/2014 con la ministra Carrozza, con solo due istituti coinvolti. Da allora 12 scuole hanno fatto richiesta per aderire e hanno avuto l’autorizzazione per intraprendere questo percorso. Ora abbiamo deciso di estendere la sperimentazione a livello nazionale: 100 scuole potranno candidarsi e gli esiti di questa sperimentazione verranno valutati nel 2023, in maniera trasparente e chiara. A quel punto i rappresentanti del mondo della scuola e delle istituzioni cui spetta il compito di decidere a tal proposito discuteranno dei risultati e prenderanno le decisioni conseguenti. Che potranno essere il recupero dell’intera riforma dei cicli e, contestualmente, l’innalzamento dell’obbligo scolastico fino al diciottesimo anno di età.
Da quando è iniziata la stagione delle riforme e delle sperimentazioni è un dato di fatto che la scuola incide sempre meno rispetto alle differenze sociali e gli esiti scolastici dipendono sempre più dalle condizioni sociali. La sperimentazione dei licei e istituti tecnici brevi porterà inevitabilmente alla variazione dell’offerta formativa e quindi alla logica del supermarket: chi ha più prodotti diversi ha più clienti. Questo creerà una “guerra” tra istituti e nuove disuguaglianze per la riduzione del tempo scuola che graverà soprattutto sugli studenti provenienti da famiglie meno abbienti.
Variare l’offerta, aprire alle sperimentazioni non vuol dire assolutamente agire secondo una logica da “supermarket”. Le sperimentazioni ci sono sempre state ed è bene che ci siano. Servono per fare innovazione. Non si può pensare che un sistema di istruzione rimanga immutato nel tempo senza tenere conto dei cambiamenti locali e globali che attraversano le società di riferimento. Nel caso specifico dei percorsi quadriennali estendendo la sperimentazione a tutto il territorio nazionale riusciremo a garantire pari opportunità a tutti gli studenti italiani e a evitare diseguaglianze territoriali. Finora le 12 scuole che avevano partecipato a questo tipo di percorso erano concentrate nel Centro-Nord. La scuola che immaginiamo – e per la quale stiamo lavorando – è una scuola che ….

L’intervista al ministro Valeria Fedeli prosegue su Left in edicola


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