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Con quasi cinquecento edifici costruiti, Frank Lloyd Wright, ha lasciato un’impronta indelebile nell’arte del costruire. Nel centocinquantesimo anniversario della nascita, negli Stati Uniti sono state organizzate mostre, conferenze e visite guidate alle sue opere. La straordinaria e curatissima retrospettiva Frank Lloyd Wright at 150: Unpacking the archive allestita al MoMA di New York (aperta fino al primo ottobre) è senza dubbio l’evento più importante. L’enorme quantità di materiali esposti, modelli, disegni, fotografie, documentari, film e manoscritti, racconta magnificamente la sua impressionante attività professionale e culturale. Ma di estremo interesse è anche la pubblicazione legata alla mostra strutturata non come un semplice catalogo ma come una serie di indagini e approfondimenti per un riesame critico dell’opera dell’architetto.
Frank Lloyd Wright era nato l’8 giugno 1867 a Richland Center nel Wisconsin. Prima di terminare gli studi abbandonò la famiglia e si trasferì a Chicago dove fu assunto dal prestigioso studio di Adler & Sullivan. Fuori dall’orario dell’ufficio iniziò a progettare i suoi primi edifici residenziali, eclettici e sperimentali. Negli anni tra 1901 e il 1909, quelli delle Prairie Houses, sviluppò uno stile personale, libero dai codici convenzionali e dai rifermenti storici, evidente in capolavori come il Larkin Building, la Coonley House e la Robie House. «Per Architettura organica io intendo un’architettura che si sviluppi dall’interno all’esterno, in armonia con le condizioni del suo essere, distinta da un’architettura che venga applicata dall’esterno». La progettazione degli edifici sulla base di un sistema modulare, lo spazio interno come elemento fondante, gli elementi a sbalzo, le planimetrie aperte, l’accentuazione della dimensione orizzontale, l’integrazione della struttura con la topografia, sono alcuni degli elementi tipici. «Questa fase assorbente e logorante della mia esperienza come architetto si concluse nel 1909. Stanco, andavo perdendo la capacità di lavorare e persino l’interesse per il mio lavoro. Qualsiasi cosa, personale o non personale, mi pesava moltissimo. L’esistenza domestica più di ogni altra. Affrontai i rischi del mutamento e la rovina che nella nostra società è la conseguenza inevitabile di ogni lotta interiore per la conquista della libertà…

 

L’articolo di Remo Di Carlo prosegue su Left in edicola


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