Il 10 dicembre 2015 Mauricio Macri è diventato presidente della Repubblica argentina vincendo il primo ballottaggio della storia del suo Paese, contro il candidato peronista Daniel Scioli. E da quando esiste il suffragio universale, cioè dal 1916 (allora votavano solo gli uomini), è anche il primo presidente che non è sostenuto né dal partito di centro, l’Unione civica radicale, né dal partito peronista. Il suo partito è di destra e si chiama Impegno per il cambiamento. Fu lui a fondarlo nel 2003 nel pieno della gravissima crisi economica iniziata a fine XX secolo. Nel 2005 è confluito nella coalizione Proposta repubblicana, presieduta dallo stesso Macri. Ma come vedremo, questi non sono i suoi unici primati. Left ha chiesto a Horacio Verbitsky, uno dei più attenti e precisi giornalisti d’inchiesta latinoamericani, di aiutarci a far luce sulle conseguenze delle politiche liberiste di Macri sulla democrazia e sul tessuto sociale del Paese. Ne emerge un quadro che ha sinistre analogie con un passato, quello degli anni della dittatura civico militare (1976-83), che la parte sana della società civile argentina pensava di non dover vivere mai più. “Nunca mas!”.

Come valuta l’attuale governo?

Mauricio Macri è il primo presidente della destra dura e pura che arriva al governo in Argentina attraverso il voto e non por las botas (modo di dire colpo di Stato militare, ndr). E guida un partito nuovo che il sistema politico argentino non ha ancora del tutto assimilato. Nel 2001 in Argentina la parola d’ordine era: «Che se ne vadano tutti». Oggi si è trasferita dalla periferia al centro, nel cuore della finanza mondiale, come dimostrano in Europa la Brexit e le prospettive inquietanti in Francia, Olanda, Austria e Germania, e, negli Usa, l’elezione di Donald Trump il cui presunto isolazionismo è stato peraltro smentito dall’annuncio di un aumento del budget per le spese militari.

Cosa implica che la destra argentina abbia raggiunto questo peso elettorale?

La chiusura di un ciclo nel quale le classi dominanti non hanno mai avuto una espressione politica propria e per prendere il potere sono dovute ricorrere ai colpi di Stato oppure sfruttando i partiti popolari come dei parassiti.

Quando e come è iniziato questo ciclo?

L’oligarchia agricola che nel XIX secolo organizzò la Nazione Argentina inserendola nel mercato mondiale come perfetto complemento della industria britannica, in base a quanto teorizzato da David Ricardo, non ha mai potuto istituzionalizzare la sua egemonia. Nel 1916, di fronte alla forte pressione popolare, per la prima volta convocò libere elezioni e le perse. Avendo così scoperto che oltre alla forza lavoro l’immigrazione portava con sé idee socialiste e anarchiche, quella borghesia liberale terminò immediatamente il processo di secolarizzazione del Paese e si buttò nelle braccia della Chiesa cattolica. La dottrina ecclesiastica sull’origine divina del potere e dell’ordine naturale, gerarchico e immutabile, razionalizzò l’avversione dei capitalisti per l’imprevedibilità della democrazia rappresentativa e per qualunque alternativa rivoluzionaria. Quella stessa Chiesa convertì le Forze armate nel partito militare che tra il 1930 e il 1990 realizzò almeno un colpo di Stato per decennio con il fine di impedire che i partiti popolari (la Union Civica Radical di Ippolito Yrigoyen prima, e il Justicialismo di Juan Peron dopo) consolidassero un’agenda politica basata sull’equa distribuzione del reddito e sulla partecipazione popolare alla cosa pubblica.

Restiamo in tema di economia per capire dove affondano le radici dell’operazione politica di Macri. Può dirci qualcosa in più sul rapporto tra la destra e la Chiesa argentina?

Sul piano economico, fino alla seconda guerra mondiale, l’Argentina è dipesa dalla Gran Bretagna. Dopo la fine del conflitto è entrata nell’orbita statunitense. Va tuttavia rilevata una forte influenza della estrema destra cattolica francese che, con il sostegno della Conferenza episcopale, introdusse nell’esercito argentino i metodi che i militari di Parigi impiegavano per stroncare le rivolte nei domini coloniali. Le misure neoliberali e l’iper indebitamento della dittatura militare del 1976-1983 e in seguito dei presidenti Carlos Menem e Fernando de la Rua negli anni 90, hanno avuto l’appoggio ecclesiastico.

Bergoglio ha spesso puntato il dito contro le politiche liberiste, questo segna un punto di rottura con Macri e con il passato?

Oggi papa Francesco condiziona i vescovi argentini con le sue critiche al liberismo. Ma si tratta di una posizione che non è affatto basata su idee progressiste. Le radici vanno ricercate nel solco del populismo conservatore tracciato alla fine del XIX secolo da Leone XIII, poi ripreso negli anni 30 da Pio XI, infine da Giovanni Paolo II con le cosiddette encicliche sociali. Questa strategia, che consente alla Chiesa di contendere ai partiti popolari e alle ideologie di sinistra il controllo delle classi subalterne, è in piena esecuzione.

Torniamo a Macri, quali sono le caratteristiche principali del suo governo?

Il nonno del presidente, Giorgio Macri, fu uno dei fondatori in Italia del Partito dell’Uomo qualunque, che dopo la seconda guerra mondiale esprimeva i timori e l’insoddisfazione delle classi medie rimaste orfane del fascismo. L’ideologia qualunquista era fondata sull’antipolitica, ed esprimeva mancanza di fiducia nella cosa pubblica, ed esaltando l’individualismo si opponeva al pagamento delle tasse. Quel partito si insinuò nel tessuto sociale, fin quando il Vaticano si adoperò affinché gli Stati Uniti dessero alla Democrazia cristiana il compito e il potere di contenere l’avanzata del comunismo. Giorgio arrivò in Argentina nel 1946, qui nel 1959 nacque il nipote che avrebbe portato il programma dell’Uomo qualunque alla Casa Rosada. La svalutazione della moneta, la riduzione delle tasse ai più ricchi, l’eliminazione delle sovvenzioni pubbliche all’energia e ai trasporti hanno raddoppiato l’inflazione. Nonostante questo il governo dice che è riuscito a controllarla, in un scandaloso divorzio tra quello che afferma pubblicamente e la realtà dei fatti.

Che tipo di governo è?

Il più omogeneo governo classista. Il punto di accordo tra le diverse fazioni capitaliste che si articolano nel nuovo blocco di potere, è il controllo della classe lavoratrice. Con la promessa di “Povertà zero” ha fatto crollare il livello di attività economica, l’occupazione e la partecipazione dei lavoratori alla produzione di reddito. L’economista Eduardo Basualdo ha analizzato un campione di oltre cento di funzionari di governo insediati da Macri come intellettuali organici dei settori dominanti dell’economia e della finanza per dirla come Gramsci. La conseguenza è che l’egemonia del Paese è slittata. Spostandosi dai gruppi economici locali nella direzione delle banche transnazionali e delle imprese straniere. Più del 70% dei funzionari proviene dal mondo del capitalismo. Sono imprenditori o membri delle “patronales” (una sorta di Confindustria, ndr), oppure di fondazioni private, studi di consulenza o legali, commercialisti o finanziari. La maggior parte ha occupato incarichi nelle banche transnazionali, a seguire ci sono coloro che provengono da posizioni di rilievo in multinazionali straniere di idrocarburi, elettricità, telefonia e informazione. La metà ha conseguito dottorati e master in università statunitensi o britanniche, dove si consolidano le identità ideologiche e le relazioni istituzionali e sociali.

Il 16 gennaio 2016 la deputata del Parlasur, Milagro Sala, nota per il suo sostegno alla causa delle comunità indigene, è stata arrestata e da allora è detenuta senza prove né processo. In che modo Macri attua la politica dei diritti umani? Durante l’era dei Kirchner sembrava una questione risolta.

Il governo ha provato a utilizzare la questione dei diritti umani come arma contro il Venezuela e come scudo protettore di Israele. Un’impresa audace direi. Macri ha girato il mondo chiedendo il rilascio di Leopoldo López, un leader dell’opposizione venezuelana, ma il mese scorso il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria – che ha definito arbitrario l’arresto di López e ha chiesto al presidente Maduro la sua immediata liberazione – ha deciso lo stesso riguardo Milagro Sala. La sua retorica si è quindi scontrata con la realtà. Pensava che il mondo si limitasse alle banche transnazionali dalle quali ha preso in prestito fiumi di denaro a un tasso folle (50 miliardi di dollari in undici mesi, il più grande debito nel più breve arco di tempo della storia argentina e senza paragoni al mondo) ma si è sbagliato: la comunità internazionale gli chiede di non criminalizzare i movimenti sociali e di rispettare i loro diritti. E incalzeremo Macri come ha già fatto il premier canadese Justin Trudeau, fino a quando non adempirà all’obbligo di liberare Milagro Sala.

Come si pone Macri verso i processi alla dittatura tuttora in corso?

Vorrebbe rallentarli ma non può. Perché non sono opera di un governo ma il risultato di decenni di lotta delle organizzazioni dei diritti umani. Sono profondamente radicati nella coscienza della società e condizionano le relazioni internazionali. Trudeau, ma prima di lui Hollande e Obama, sono andati al Parco della Memoria a rendere omaggio ai detenuti desaparecidos. La nullità delle leggi di punto finale e obbedienza dovuta (che in sintesi stabilivano l’impunità dei militari genocidi, ndr) fu ottenuta nel 2001 su richiesta del Centro de Estudios Legales y Sociales. Quando Nestor Kirchner andò al governo nel 2003 c’erano già un centinaio di processi in corso e decine di condannati, tra cui gli ex dittatori Videla e Massera. La spinta di Kirchner fu decisiva, ma i processi c’erano prima di lui e continuano oggi. Gli ultimi dati raccolti a settembre dicono che in tutto ci sono state 726 condanne e 337 liberazioni per mancanza di prove (201 inesistenze di merito, 73 assoluzioni e 63 annullamenti). Come conseguenza naturale del suo orientamento di classe il governo sta facendo pressione per tramutare il carcere in arresti domiciliari (dopo i 70 anni e se le condizioni di salute lo consigliano, sono legali) e ostacolare l’avanzamento dei processi in cui sono imputati i complici civili dei militari, siano essi imprenditori o ecclesiastici. Macri ha anche tolto fondi alle politiche dei diritti umani e sta cercando il modo di assegnare nuovamente compiti di sicurezza interna alle Forze armate con il pretesto della lotta contro il terrorismo e il narcotrafico.

Dopo gli Usa con Obama, anche Bergoglio ha annunciato l’apertura di archivi sui desaparecidos. L’incaricato dalla Santa Sede di riordinare le carte ha raccontato a Left che questi sono a disposizione dei magistrati e delle organizzazioni umanitarie, ma possono accedervi solo caso per caso e i giornalisti non saranno autorizzati. Cosa ci si può aspettare da questa operazione?

È l’ennesimo tentativo di ripulire una storia vergognosa senza compiere nessuno dei passi che peraltro impone il catechismo della Chiesa cattolica con il sacramento della riconciliazione, il perdono e la penitenza: riconoscere i “peccati” commessi, impegnandosi a non ripeterli e a riparare il danno causato.

Il capo dei vescovi, Jose Arancedo, ha detto che quando si conosceranno i documenti ci saranno più luci che ombre.

Papa Bergoglio dice che vuole una Chiesa povera e dei poveri, e vescovi che odorano di pecora. Cioè stiano con il gregge. Ma Arancedo odora di mucca e non di pecora, perché lui fa parte di una ricchissima famiglia di imprenditori bovini. I giornalisti stiano pure lontani, questa degli archivi è una operazione pubblicitaria e non ha niente a che fare con la ricerca della verità. Nei miei libri e articoli ho pubblicato molti documenti segreti che non fanno parte della declassificazione annunciata. Si va da una riunione del comitato esecutivo della Conferenza episcopale in cui si discute amabilmente sul modo migliore per eludere le domande circa i desaparecidos, a quello per non compromettere i militari che li hanno uccisi, fino alla richiesta di una sontuosa sede per l’episcopato come prezzo del silenzio, e alle lettere in cui il segretario della Conferenza spiega al suo presidente come la polizia si incaricò di disperdere le Madres de Plaza de Mayo che i vescovi avevano rifiutato di ricevere.

Articolo pubblicato su Left del 3 dicembre 2016

 

Per approfondire, Left n. 37 in edicola fino al 22 settembre 2016


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