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Sono passati venti anni dal suo debutto e la sua voce, la sua presenza sulla scena nazionale, ma anche internazionale, sono una certezza. Artista dalla sofisticata semplicità, versatile e con un’energia vocale ricercata, Cristina Donà è una delle protagoniste della canzone d’autore. Donà vanta un curriculum sfavillante tra targhe Tenco e molte collaborazioni – tra tutte quella con Robert Wyatt – ed è stata la prima artista italiana a esibirsi al Meltdown di Londra. Da quel Tregua, prodotto da Manuel Agnelli nel 1997, passando per una decina di album, fino a questa ultima riedizione arricchita dal contributo di giovani artisti: Tregua 1997-2017 Stelle buone. Da molti anni Donà vive in un paesino della Val Seriana ed è da lì, mentre sta nel boscoche risponde alle nostre domande. Dal bosco in cui si trova, iniziamo a parlare delle sue “stelle buone”, ma anche di scuola, dell’importanza dei maestri, e anche di natura: «Ci dimentichiamo quanto sia importante il contatto con la natura, e non è un discorso da hippy, è qualcosa che ci riporta alla dimensione giusta, anche per ridimensionare il nostro modo di vivere. Ci siamo un po’ disconnessi e scollegati da tante cose importanti».
Un album per festeggiare questi venti anni di successi, ma c’è stato un altro compleanno importante, proprio in questi giorni: i tuoi primi cinquant’anni!
Sì, un bel traguardo di vita, poi artistico ovviamente. Ho capito subito che la mia strada era la musica, anche se ho iniziato tardi a scrivere le mie canzoni. Diciamo che in questi giorni è il “festeggiamento” per essere riuscita a scrivere, anche se avrei voluto pubblicare più album.
Ti ricordi quando hai iniziato a scrivere?
Mi ricordo esattamente, è stato una specie di colpo di fulmine. In quegli anni, i primi anni Novanta, mi esibivo nei locali facendo cover, il mio materiale erano le canzoni degli autori che amavo. C’è stato un giorno esatto in cui ho pensato, e desiderato, di lasciare quelle voci, quelle parole di altri e trovarne di mie. Volevo trovare la mia voce anche nelle parole.
Dagli esordi a oggi, che cosa ti porti dietro e che cosa è cambiato?
La musica per me ha sempre avuto un valore “alto”. Quando ho cominciato a fare la mia, mi è sembrato il modo migliore per ringraziare e restituire ciò che mi è stato dato da tutti i musicisti. Intanto, va detto, è cambiato il mondo intorno a noi ed è cambiato il modo di fruizione della musica che è diventata un bene gratuito. Questo ha influito tantissimo sull’essere artista. In qualche modo ha tolto valore e possibilità, anche se però ce ne sono altre. È un momento di passaggio ma bisogna trovare il modo di riconoscere agli artisti il loro lavoro perché di questo si tratta in fondo.
Da dove potremmo ricominciare o, forse, cominciare per la musica?
Mancano dei bravi maestri e, inoltre, quella parte istituzionale che dovrebbe formare le coscienze della parte musicale del nostro Paese è nulla. Mi riferisco alla scuola, ma anche alle reti nazionali, in tv. Sulla Rai che programmi di musica si sono?
A questo punto è d’obbligo chiederti cosa pensi dei talent.
Il problema non sono tanto i talent, ma il fatto che non c’è un’alternativa, quindi se quello è l’unico modo di proporre la musica, allora sì che diventa un problema. Quello è un format, ma io che guardo la tv non ho scelta, per me la musica è quella lì: è competizione, è imparare a stare in tv, a essere sottoposti a una pressione mediatica pazzesca, che è ammirevole. Io ho una grande stima, infatti, per questi ragazzi, ma anche per i giudici. Però, esiste solo questo.
Quindi, torniamo sempre alla scuola, alla formazione.
A proposito di scuola, ogni volta che cambia il governo viene ribaltata come un calzino e ne stiamo pagando le conseguenze tutti. Comunque, sempre a livello educativo, in ambito musicale, c’è un’impreparazione di massa. Almeno, vorrei vedere rischiare un po’ di più la televisione pubblica con un programma di approfondimento dove si racconta anche solo la storia dei nostri cantautori, la storia della musica. Decidere a priori cosa vuole la gente è una grande violenza. Allora viva il web perché lì un po’ di speranza c’è.
Ti sei fatta conoscere per le tue idee e la tua intelligenza. Qual è oggi, la tua percezione  della condizione femminile, mentre ovunque avvengono fatti tragici contro le donne?
Una parte di queste violenze è il risultato della nostra cultura che comprende tante cose, compresa l’influenza della Chiesa che obbliga la donna a stare in casa, a fare i figli. Ma fortunatamente i tempi sono cambiati. In ogni caso dobbiamo liberarci da una cultura negativa e il discorso dovrebbe essere affrontato insieme nelle scuole, nelle famiglie.
Insomma, il problema è soprattutto culturale.
Da qualche anno con Isabella Ragonese condivido uno spettacolo, un reading concerto (Italia Numbers ndr). Si tratta di un emblematico percorso di letture, durante il quale parliamo di quello che pensiamo: le cose devono essere fatte insieme, non barricandosi dietro al femminismo, che isola l’uomo, ma cercando di raccontare come si sviluppa la violenza contro le donne da più aspetti.

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