Pubblichiamo un contributo di Francesca Picci, coordinatrice nazionale dell’Unione degli studenti che il 13 ottobre ha indetto uno sciopero dell’alternanza scuola – lavoro

Ci stanno rubando il tempo. La scuola di oggi è sempre più un’istituzione totale che pervade ogni istante, che controlla e punisce, che non lascia spazio alla crescita collettiva, al confronto. Nella scuola di oggi gli studenti perdono la coscienza di sé, viene insegnato loro che l’unico obiettivo è il conseguimento del risultato, il voto, la rendita. Anche il tempo di vita, sempre più subordinato a quello di studio e ad un’organizzazione asfissiante delle giornate, è ingabbiato. Ci hanno rubato il tempo lasciando tante e tanti indietro, in un paese con 1,1 milioni di minori in povertà assoluta e con il 17% di dispersione scolastica, la scuola di oggi è quella che non dà risposte ma, al contrario, crea e riproduce disugualianze.

Ci stanno rubando il tempo senza possibilità di replica, nell’assenza di processi decisionali, di democrazia, come nell’approvazione legge 107, meglio nota come “Buona Scuola”, e in quella delle deleghe in bianco. Oggi più che mai abbiamo bisogno di liberare il nostro tempo, per liberarci dalla scuola autoritaria e riacquisire potere decisionale. La scuola – azienda pensata dal governo Renzi sta annullando la funzione sociale dell’istruzione, svilendo il ruolo dei docenti e assimilando lo studente ad una merce che, in quanto tale, è possibile sacrificare sull’altare del profitto per le grandi aziende italiane e multinazionali.

Dall’approvazione della “Buona Scuola”, oltre 600.000 studenti frequentanti il triennio delle scuole medie superiori sono stati impiegati nelle 200 e 400 ore obbligatorie di “alternanza scuola-lavoro”. Questo provvedimento, portato avanti dall’allora governo Renzi come un’innovazione epocale per il mondo della scuola, non è stata che l’estensione di quanto già sperimentato dal 2005 col decreto ministeriale numero 77, voluto dall’allora ministra dell’Istruzione Letizia Moratti, per gli studenti degli istituti tecnici e professionali. Inserita nel quadro delle riforme renziane, quella della Buona Scuola ha tuttavia dei nessi inequivocabili con altre leggi, come il Jobs act, che, attraverso l’introduzione del contratto a tutele crescenti e l’apprendistato a 15 anni, identifica anche l’alternanza scuola – lavoro come una politica attiva sul lavoro. Infatti, spesso gli studenti sono inseriti direttamente in produzione, senza passare da un ambiente protetto che ne possa garantire la formazione e la preparazione adeguata. Attraverso gli sgravi fiscali alle aziende che assumono studenti precedentemente da loro attivi nel percorso di alternanza scuola – lavoro, si sta infatti dopando l’esito dell’occupazione giovanile, sacrificando la formazione e creando nuove forme di lavoro gratuito, e di questo provvedimento Confindustria ringrazia.

L’alternanza scuola – lavoro, da essere uno strumento ulteriore della didattica, volto teoricamente a favorire l’integrazione del “saper fare” nella scuola italiana attraverso una metodologia che alterni ore di applicazione pratica all’orario curriculare, è diventata un’offerta di manodopera a costo zero per le aziende. Questo meccanismo è oggi il principale “cavallo di battaglia” di chi sostiene le politiche neoliberali e la loro efficacia. Chiaro è lo sguardo verso cui è diretta questa lettura: il modello duale tedesco con la sua precanalizzazione al mondo del lavoro. Questo è dimostrato dai continui rimandi e contatti sempre più frequenti con la Germania, come anche velatamente testimoniato dalla “fiera” Didacta che si è tenuta lo scorso settembre a Firenze. Inizialmente pensata come la più grande fiera sull’alternanza scuola – lavoro, è stata da subito un fallimento annunciato, e trasformata subito in un’iniziativa di “formazione” rivolta ai docenti. Ma sul piano del rafforzamento di questa impostazione subalterna al mercato del lavoro la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli non demorde, rilancia anzi sugli “stati generali dell’alternanza scuola – lavoro” di dicembre. Viene subito da chiedersi cosa ci sarà da esibire in tale occasione: saranno forse i “campioni dell’alternanza”? Ovvero le multinazionali come McDonald’s o Intesa San Paolo? O forse le centinaia di aziende nostrane che all’occasione licenziano i lavoratori per favorire il lavoro dequalificato, ma comunque gratuito, degli studenti in alternanza scuola- lavoro?

A studiare questa grande innovazione sorgono spontanei alcuni interrogativi e, dunque, si aprono innumerevoli contraddizioni. Rendere obbligatorie 200 ore per i licei e 400 ore per gli istituti tecnici e professionali, in un paese dal tessuto produttivo incapace di assorbire l’immediata massificazione dell’alternanza scuola – lavoro è un’evidente forzatura. Inoltre questa stessa divisione tra 200 e 400 ore nasconde un intrinseco classismo che vede ancora le scuole divise in classe dirigente, i licei classici e scientifici, e in lavoratori specializzati, gli istituti tecnici e professionali. Un’idea, dunque ferma a cinquant’anni fa e che intende paralizzare la società senza porre le basi per elevare il sistema d’istruzione italiano. Ben 400 ore in tre anni, dunque il doppio di quelle dei licei, equivalgono ad un’esponenziale impennata dei casi di sfruttamento coatto.

Come racconta l’indagine pubblicata nel mese di maggio 2017 dall’Unione degli studenti, infatti, ben il 57% degli studenti intervistati ha svolto percorsi non congruenti con il loro percorso di studi, e su 15.000 studenti ben il 40% ha riscontrato una violazione diretta dei diritti minimi sanciti nella circolare di “chiarimento” del ministero dell’Istruzione. Se a questo aggiungiamo che l’obbligatorietà delle ore non è sostenuta da un finanziamento che garantisca la sostenibilità economica di questi percorsi, ne avremo un quadro decisamente drammatico. A confermare questi dati e allarmare ulteriormente sono i casi limite emersi recentemente, anche grazie allo sportello “Sos alternanza estiva” dell’Unione degli studenti, che ha visto giungere denunce oltre ogni immaginazione: dal caso dello studente di Parma chiamato per trasportare ombrelloni sotto il sole per tutta la giornata, al caso di Milano in cui ben 200 studenti hanno sostituito i lavoratori in una struttura alberghiera durante la stagione estiva.

A partire da questo anno scolastico i numeri degli studenti interessati a questi percorsi si moltiplicano e ad essere impiegati nei percorsi di alternanza sono oltre un milione e mezzo di studenti, senza diritti né tutele, senza garanzie sulla loro formazione, senza prospettive reali di essere inseriti in un diverso mercato del lavoro o di poter avere gli strumenti per metterlo in discussione. L’urgenza di uno statuto delle studentesse e degli studenti capace di difenderci è testimoniato anche dai casi di Monza, in cui quattro studentesse hanno subito molestie sessuali durante l’alternanza, un caso che ha fatto emergere l’incapacità della scuola di tutelare le sue stesse studentesse esponendole maggiormente ad un gravissimo atto di violenza maschile.

O ancora, il caso più recente dello studente di La Spezia feritosi gravemente mentre guidava un carrello elevatore indica come spesso non vengano rispettate neanche le più basilari norme di sicurezza sul lavoro, come anche la precarissima assicurazione Inail per gli studenti che, per esempio, non copre il trasferimento dall’azienda a casa. Eppure, nei piani alti del ministero, c’è qualcuno che si permette di sbeffeggiare il tema dei diritti, rimandando ulteriormente l’approvazione di una “Carta dei diritti e dei doveri degli studenti in alternanza” che peraltro, oltre ad essere estremamente carente, in quanto non garantisce la gratuità dei trasporti come obiettivo minimo, non è neanche stata sottoposta ad una consultazione studentesca.

Ma per gli studenti la formazione, la salute, i diritti, non valgono una carta al ribasso, per chi vive sulla sua pelle questa nuova forma di sfruttamento c’è un orizzonte di diritti e conquiste ancora da attraversare. Se vogliamo che siano i saperi a modificare l’esistente, allora nelle scuole e nelle università è necessario interrogarsi su nuove forme di produzione sostenibile, su una diversa organizzazione del lavoro. Come si può pensare che a fare formazione siano aziende che inquinano il territorio, come nel caso dell’Ilva di Taranto, o che hanno licenziato lavoratori come nel caso dello stabilimento sardo che ha completato la sua stagione estiva con i soli studenti in alternanza scuola – lavoro. Come dimenticare, ancora, le innumerevoli aziende che sono sotto indagine per infiltrazioni mafiose?

A tutto questo non basta rispondere con qualche dichiarazione, interventi spot ed una “carta” al ribasso sui diritti. Riteniamo vergognoso l’accordo stipulato tra Miur e Camere di commercio per l’erogazione di voucher alle imprese e vogliamo fermare immediatamente questo processo di accumulazione economica sulla nostra formazione. Non basta l’apprensione della ministra Valeria Fedeli, serve immediatamente uno Statuto dei diritti delle studentesse e degli studenti, un codice etico per le aziende che ne sancisca dei parametri di qualità, perché finché sarà Confindustria a “segnalare” le aziende virtuose con il suo bollino blu, allora esisterà sfruttamento e riproduzione di disuguaglianze.

C’è bisogno di ribaltare questa visione, di riscriverne da zero presupposti e obiettivi, di partire da una contestazione che ponga degli interrogativi, quelli capace di aprire un dibattito nel paese, una mobilitazione di massa.

Per questo il 13 ottobre l’Unione degli studenti ha convocato il primo sciopero dall’alternanza scuola – lavoro, uno sciopero che, per la prima volta nella storia del movimento studentesco, si configura come uno sciopero di 24 ore. Una provocazione che ci spinge ad osare, a dire sin da subito che quello che vogliamo sono i nostri tempi di vita, ma anche il “nostro tempo” inteso come la necessità di decidere sulle nostre vite, sul nostro futuro e sul futuro della scuola. Non ci asterremo solo dalle 5 ore curricolari, ma anche dalle ore pomeridiane occupate dall’alternanza, perché sia chiaro a tutti che questo modello non è un metodo didattico, non è pensato per la scuola, bensì per il mercato del lavoro.

Lo studente in alternanza scuola – lavoro oggi è l’anello più debole della catena produttiva, ma è anche quello che può spezzarla.

Per questo lo sciopero del 13 ottobre non riguarda solo gli studenti, riguarda chi lavora e chi no, chi è sfruttato e chi vuole liberarsi dallo sfruttamento e dal ricatto, riguarda chi ha conquistato i suoi diritti in anni di lotte e mobilitazioni e se li è visti togliere tutto d’un colpo dal Jobs act, riguarda chi i diritti non li ha mai visti. La forza dello sciopero dell’alternanza non sta solo nelle migliaia di studenti e studentesse che inonderanno le piazze del paese, ma nella sua capacità di essere immediatamente generale, di essere uno sciopero di tutti e per tutti perché vuole aprire ad una nuova fase mobilitativa in questo paese, per la riconquista della dignità e per il riscatto di tutti gli oppressi.

È proprio da questo nesso, dalla volontà di far emergere il conflitto latente tra oppressi e oppressori che nasce l’idea di uno sciopero “de e sulla” alternanza scuola – lavoro, non la sola manifestazione degli studenti, bensì un processo che sta vivendo nelle scuole, nella rabbia degli studenti che esprimono ogni giorno il loro dissenso nelle assemblee pubbliche. Così il 13 ottobre lo abbiamo pensato come uno “sciopero alla rovescia”, perché è il tempo di ribaltare un’idea statica della società tutta, perché vogliamo trasformare la scuola ma anche ciò che la circonda. Lo faremo attraverso l’astensione dall’alternanza – sfruttamento, indossando delle tute blu nelle piazze per simboleggiare la perdita del nostro status di studenti e l’assunzione di quello di “lavoratori”, ma anche con un’attivazione che ci vedrà impegnati nel pomeriggio del 13 ottobre. Nessuno potrà far finta di niente, vogliamo mostrare cosa significa “imparare a saper fare”, vogliamo farlo con la riqualificazione urbana, con opere artistiche per la riappropriazione dei nostri spazi, vogliamo, per quel giorno, essere noi a prenderci il nostro tempo e restituirne altro anche alla comunità tutta, proprio come fecero gli operai nel secondo dopoguerra, uno “sciopero alla rovescia” che vuole ricostruire l’alternativa sociale, verso una stagione di risveglio collettivo e nuove conquiste.

Qualcosa si sta muovendo, e nelle scuole già si sente l’adrenalina di un’idea che può fare la storia, si moltiplicano le assemblee pubbliche, le adesioni e la solidarietà anche dei lavoratori e mentre Confindustria pensa ad ulteriori sgravi fiscali, mentre il ministero si prepara a concedere le briciole per provare a pacificare il mondo dell’istruzione, c’è chi già pensa allo sciopero “oltre lo sciopero”, alle nuove forme di partecipazione e trasformazione che ne possono derivare. Tanta determinazione, ed una sola promessa: questo non è che l’inizio.

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