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«Si tratta di una frode, di una bolla finanziaria che andrà a finire male», ha dichiarato il mese scorso Jamie Dimon, Ceo della banca d’affari JP Morgan. «Sono fuori dal controllo delle riserve monetarie mondiali e potrebbero risultare strumenti a disposizione della ’ndrangheta e altre organizzazioni mafiose», si legge in un rapporto della Direzione investigativa antimafia al Parlamento della prima metà del 2016. Mentre la Cina si prepara a frenare su investimenti e speculazioni. Il terrore di autorità, istituti economici classici e potenze mondiali ha un nome: Bitcoin. Fa parte della famiglia delle criptovalute, porta con se un’aura di mistero – almeno per i non addetti ai lavori -, per acquistarne uno bisogna sborsare più di 4600 dollari. Ed è uno dei principali accusati dell’evasione hi-tech.

Per fare luce sul fenomeno, occorre ricostruirne le origini. Nato nel 2009 da Satoshi Nakamoto (si tratta di uno pseudonimo), non è stampato da alcuna banca centrale, e non è validato da alcuna zecca dello Stato. Ci pensa un algoritmo crittografato a fornire la valuta, che può essere immagazzinata in portafogli elettronici. Tutto si svolge in una rete orizzontale e democratica – peer to peer, in gergo tecnico – nella quale i nodi, cioè i membri della comunità bitcoin coi loro dispositivi elettronici, validano reciprocamente le transazioni e impediscono la falsificazione delle monete virtuali. Ogni utente verifica le operazioni degli altri utenti a lui vicini nella rete. Tutto avviene in automatico: un controllo reciproco permesso dalla tecnologia blockchain, che sta rivoluzionando non solo il mondo economico, ma anche quello dell’informatica e della logistica.

Nato come folle scommessa nel mondo hacker, all’inizio un bitcoin valeva pochi dollari. Il suo valore si è poi alzato nel momento in cui più persone hanno iniziato a credere nel progetto, e ad estrarre moneta. Mining, letteralmente “attività mineraria”, è il nome della pratica con cui si può generare criptovaluta: a scavare ci pensa il processore dei computer, risolvendo algoritmi sempre più complessi. L’investimento in energia elettrica e potenza di calcolo, utile a tenere in piedi l’intera l’infrastruttura, viene poi ricompensato in coin digitali, ma più soldi vengono estratti più aumenta la difficolta delle operazioni, in modo esponenziale. Se all’inizio bastava un semplice pc, adesso per racimolare cifre consistenti è necessario radunarsi in pool di macchine, tanto che aziende di investimento hanno costruito farm di server ad hoc che si occupano 24 ore su 24 di compiere calcoli e incassare il premio in valuta digitale. Fino a quando il tetto di 21 milioni di bitcoin sarà raggiunto, e il processo andrà in stallo (ad oggi abbiamo oltrepassato quota 16,6mln). Nel frattempo, speculazioni finanziarie fanno ballare il prezzo della valuta con oscillazioni spaventose. Ma, si sa, è proprio ai mercati più incerti che la finanza punta per fare affari. Il tutto nel (quasi) completo anonimato, visto che ad ogni portafoglio elettronico è collegato un codice, e non un volto o un nome. Siamo dunque di fronte ad un fenomeno in crescita, che i media non riescono più ad ignorare (Left ne parlò già nel n.20 del 2013, con un pezzo di Sofia Basso ndr).

Tanto si è scritto e detto, dunque, ma senza mai chiarire fino in fondo un punto: che idea di società porta con sé questa moneta? A che immaginario si rifà e quale scenario prefigura? Al di là di “apocalittici” scettici e “integrati” che parlano di rivoluzione digitale, qualcosa di buono c’è. «All’inizio il Bitcoin ha rotto le uova nel paniere a certe oligarchie finanziarie, dimostrando che creare una moneta alternativa senza bisogno di grandi banche non è una utopia. Ma poi, da potenziale “contropotere”, la moneta è stata rapidamente “sussunta” dalla finanza, per usare un termine marxiano», spiega Andrea Fumagalli, economista e docente presso l’Università di Pavia. Secondo il professore, il triste destino del Bitcoin era scritto nel suo Dna. «Il Bitcoin nasce nell’ambito del pensiero libertario americano conosciuto come anarcocapitalismo, favorevole ad una totale libertà di mercato, per far fronte ad una situazione di forte emissione privata di moneta ad uso e consumo delle grandi speculazioni internazionali, che hanno portato ad avere un 1% molto ricco e un 99% molto povero. Per questo – prosegue – la moneta è nata con alcuni “problemi”».

Il primo, la moneta è soggetta a scarsità. Il secondo, la moneta ha tassi di cambio variabili. Ingredienti che l’hanno resa sin da subito appetibile proprio a quegli scommettitori e broker finanziari che, in teoria, voleva combattere. «Il 1° ottobre 2013 un bitcoin valeva 198 dollari, trenta giorni dopo eravamo passati a 1112 dollari – racconta Fumagalli -. Un aumento di 10 volte in un mese. Altro esempio, a marzo di questo anno la valuta costava 1081 dollari, ora più di 4600 dollari. Mai una attività finanziaria ha avuto squilibri – e possibilità di speculazione – cosi grandi, in così poco tempo».

Tutto da rifare, dunque? No. «La sinistra – chiarisce l’economista – se una volta si proponeva di riappropriarsi dei mezzi di produzione, perché era lì che nasceva la ricchezza, oggi dovrebbe puntare a riprendere possesso degli strumenti finanziari, cosa che i movimenti e le forze alternative hanno troppo spesso ignorato. E le criptovalute come i bitcoin – se emendate! – incarnano una incredibile opportunità». Provare a “manomettere” le criptovalute, insomma, dire addio a limiti di emissione e stabilire tassi fissi di cambio, per creare strumenti che disegnano società alternative, dove al profitto viene anteposta la solidarietà e il mutualismo, è la proposta che arriva da sinistra. Un sogno? No, la tecnologia per provarci esiste, e c’è anche chi si è rimboccato le maniche (ha acceso i pc) e l’ha messa in pratica.

«Qui a Milano al centro d’arte Macao, da tempo abbiamo lavorato alla costruzione del Commoncoin, valuta che ora viene regolarmente utilizzata per far incontrare domanda e offerta di forza lavoro nei nostri spazi». A parlare è Emanuele Braga, artista e attivista di Macao. «Una parte dei ricavati in euro delle attività artistiche del centro sociale viene destinato ad un fondo, periodicamente ripartito tra gli utenti attivi della comunità commoncoin. Non importa quanto tu abbia lavorato: a tutti – per ora quasi 60 persone – viene dato un reddito di base fisso». È una sperimentazione “di frontiera”, una avanguardia che apre all’idea di una società più equa. E non nasce da sola. Il Commoncoin rappresenta una appendice del Faircoin, a sua volta figlia dell’esperienza della cooperativa globale Faircoop, fondata nel 2014 in Catalogna dall’attivista anticapistalista Eric Duran. Egli balzò agli onori delle cronache nel 2008 come il “Robin Hood” delle banche, per aver sottratto circa 492.000 euro a 39 istituti di credito spagnoli chiedendo prestiti non garantiti, e poi denunciando tutto nell’articolo “Ho rubato 492mila euro a coloro che ci hanno rubato molto di più”. Adesso lavora ad una moneta ecologica, sicura, etica e democratica.

«Niente tassi variabili e niente mining: il prezzo del Faircoin viene deciso da una assemblea di soci globali. Così la valuta diventa davvero utile alla comunità. E non è necessario mettere dei veti all’ingresso di nuovi soci: gli speculatori non sono interessati ad una moneta con questa struttura», prosegue Braga, che con Fumagalli ha curato il testo La moneta del comune (coedizione alfabeta edizioni e DeriveApprodi, 2015). Circa 150 realtà nel mondo accettano Faircoin, principalmente in Spagna e in Grecia, ma anche in Sudamerica, Belgio e Italia: gruppi di acquisto, piccoli produttori agricoli, negozi, caffetterie. Un mondo alternativo, che dal basso combatte le monete del Capitale. «Questa estate come Macao, insieme tra gli altri al gruppo Dyne di Amsterdam e del team di Faircoin abbiamo lanciato una banca. Si chiama Bank of the commons, permette di attivare conti correnti misti in euro e faircoin, che si possono spendere tramite app o con carta prepagata. Per ora si appoggia ad una cooperativa bancaria spagnola, ma stiamo lavorando ad una sede in Italia». Una banca, insomma. Né pubblica, né privata, ma del comune. Con una grammatica, dunque, di cui il neoliberismo non si può appropriare.

L’articolo di Leonardo Filippi è tratto da Left n. 41/2017


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