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Il coro fa il suo ingresso sul palco. Subito dopo tocca ai pianisti, ai cantanti solisti e ai percussionisti. Il pubblico non manca. Arriva il direttore d’orchestra. Pochi attimi dopo risuonano le prime note, forti e decise, dei Carmina Burana di Carl Orff. Il concerto è cominciato. Solo che non siamo dentro un teatro ma all’aperto, all’EX Dogana di Roma. Intorno non ci sono eleganti palchetti laterali ma il cemento vivo di uno spazio metropolitano di archeologia ferroviaria. Una vera ex dogana, riqualificata oggi a centro culturale, circondata da binari in funzione e dal passaggio dei treni. La musica però risuona forte, anche più del rumore dei vagoni, il cui passaggio non rovina ne l’esecuzione ne’ il piacere dell’ascolto. Al contrario, acuisce la sensazione di vivere un’esperienza nuova: la musica classica suonata in un contesto del tutto inusuale. Questo è ciò che è andato in scena all’Ex Dogana lo scorso 30 settembre e in replica il 9 ottobre. “Un nuovo e vincente modo di fruire della classica” come lo ha definito chi quel concerto lo ha diretto: Pier Giorgio Dionisi. Romano, classe ’75, pianista e direttore d’orchestra e di coro. Ma anche Cultore della Materia in Filosofia Analitica e Angloamericana a Tor Vergata (motivo per cui gli piace sottolineare che ha fatto suo quello “scetticismo gioioso” tipico di Hume), nonché fondatore e Direttore del Coro di quartiere Nuova Arcadia.

Piergiorgio, avete portato la musica classica fuori dai teatri. In un contesto frequentato principalmente da giovani e giovanissimi. Com’è nata quest’idea?

È un’idea che ho sempre avuto. Fui contattato a febbraio 2017 da Sergio Maria Ortolani, mente operativa di dogana. Essendo mentalmente aperto visitai il luogo e mi fu proposto un concerto di classica in estate. Eseguimmo il Requiem di Mozart su un palco dove il giorno prima si era esibito un rapper e due giorni dopo ci sarebbero stati Elio e le Storie Tese, ma il pubblico non mancò. A fine concerto vennero da me giovani di 20-25 anni colpiti dalla bellezza del brano, ascoltato per la prima volta.

 

L’obiettivo, dichiarato, era quello di sperimentare un nuovo modo di fruire della classica. Anche in funzione della ricerca di un pubblico nuovo?

E’ proprio quello che abbiamo fatto. Perché la classica non puzza di vecchio, puzza di vecchio chi invece se la tiene stretta. Mi riferisco a quei musicisti che assumono una posizione aristocratica dove da un lato reputano tutto ciò che non è classico al di sotto, dall’altro si chiudono nei luoghi dei concerti abituali e aspettano che qualcuno faccia un passo verso di loro. Non posso negare che anche per me la classica abbia un valore più alto della canzonetta che si fa ai festival, ma questo non vuol dire che io non faccia qualcosa per uscire da questa dimensione aristocratica. Quello che abbiamo cercato di fare è stato proprio andare verso le persone, verso il pubblico. Soprattutto quello più giovane. Che magari non ti cerca ma non perché non ama la classica ma perché non ti conosce. Le sale da concerto istituzionali sono piene di gente di 50-60 anni. E questo va bene ma non basta. Se non sei tu, musicista, a smettere l’attesa ed andare verso i giovani, nei luoghi che frequentano, magari con prezzi più bassi, li perdi. Rischiando così di non avere ricambio di pubblico e di fare concerti oggi per gli anziani, domani per nessuno. Un danno anche per i giovani musicisti.

 

Qualcuno più tradizionalista potrebbe obiettare che un’operazione come la vostra può comportare anche dei rischi, magari quello di privare l’opera musicale di parte del suo valore.

Si ma è un rischio che si può evitare. Basta proporre, come abbiamo fatto noi a Dogana, la musica classica per quello che è, senza edulcorarla o annacquarla. Chi fa arte, chi suona, sta dando qualcosa che ha ricevuto da più parti e tu artista devi renderlo nella maniera più onesta e intellettualmente pulita possibile. Senza tralasciare che l’ascolto di un concerto di classica, così come tutte le attività culturali, richiede impegno. Un impegno duplice, sia da parte di chi suona che di chi ascolta. Ma quando la fatica è fatta entrambe le parti sono arricchite. L’atteggiamento subdolo c’è invece quando si dice che la musica classica è difficile per il pubblico, ma proporla in una dimensione edulcorata può far avvicinare in qualche modo le persone. Questa è un’operazione che non funziona. Non si può pensare che attraverso l’ascolto di una musica annacquata prima o poi si arriverà alla classica. Questo è il messaggio che da vent’anni arriva in Italia, ma non è così. La classica va proposta così com’è, portandola però dove ci sono le persone, soprattutto giovani.

 

Quanto è importante la presenza di luoghi e spazi culturali che sappiano sperimentare, innovare?

È decisiva. Dobbiamo essere grati a Dogana e a chi mette a disposizioni spazi per fare magari un balletto, del cinema. Noi musicisti abbiamo bisogno di spazi. Pur essendo profondamente laico, come musicista sono grato ai parroci che mettono a disposizione chiese antiche con un’acustica straordinaria per fare concerti. Abbiamo bisogno di persone che dicano vieni a farlo e vediamo come va. E restando in tema di spazi, abbiamo bisogno che ci siano più esempi come Ex Dogana o la Citta dell’Altra Economia, strutture che sono state riconvertite in centri culturali, di aggregazione. Cosa che si potrebbe fare ad esempio con le ex caserme. Luoghi nei quali, una volta riconvertiti, la gente possa esprimersi, dialogare, creare iniziative.

Ha citato giustamente alcuni esempi di questo tipo. Le notizie raccontano però perlopiù di spazi culturali che a Roma vengono fatti chiudere. Anche a livello nazionale (non ultimo il caso del centro sociale Làbas a Bologna). Insomma, spazi di resistenza ci sono, ma la politica, locale e non solo, non sembra prestare molta attenzione alla cosa

Non mi intendo di politica e non voglio entrare nel merito. La politica italiana e romana ha tanti problemi da risolvere ma non si può sempre mettere la cultura per ultima. Se non fai cultura crei delle persone inconsapevoli, senza obiettivi. Se trovassimo il coraggio di investire in cultura, a partire dalla scuola, questo aiuterebbe il cittadino ad essere più consapevole e anche più rispettoso. Con la cultura si formano persone che pensano e muovono l’opinione pubblica. La cultura andrebbe poi svecchiata, che non vuol dire rottamata. Un’operazione che potrebbe cominciare dalle scuole. Da musicista anelo un concerto per bambini, anche uno in cui i bambini siano distratti e facciano casino, ma che si siano. Non mancano organizzazioni che fanno concerti nelle scuole, magari in forma ridotta. Si sta facendo ma quello che di buono si fa è poco pubblicizzato.

 

 

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