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Il primo pensiero è per lo studio di registrazione, poi per quello legale. Su tutto, da sempre c’è la musica: «Una parte di me, da quando sono nato, è dentro la musica. C’è una parte della mia testa che ha sempre una musica che suona». Lui è Remo Anzovino, nato a Pordenone dove vive e, appunto, esercita la professione di avvocato penalista, ma anche quella di pianista e compositore. A 11 anni, la folgorazione per il pianoforte e la successiva formazione, tra i classici e gli autori contemporanei, cui si aggiunge la passione per il diritto, laureandosi in Giurisprudenza a Bologna. Ma la scelta tra la toga e lo strumento, non l’ha mai dovuta fare, nonostante una simpatica circostanza da “Sliding doors” a cinque giorni dallo scritto per l’esame di avvocato: «Era il 2002, ero a casa a studiare, mi arriva la chiamata della Cineteca di Bologna, cui avevo portato un mio curriculum. Mi chiedono un tema musicale per un film che sarebbe uscito tre giorni dopo, Nanuk l’eschimese. Che fare: comporre o studiare per l’esame? Ho composto il brano e gliel’ho mandato, poi sono andato a fare l’esame». Da quel momento, si apre la carriera di compositore, e anche quella di avvocato perché l’esame andrà bene. Dal 20 novembre sarà in tour nelle principali città italiane per presentare il suo ultimo album di inediti, Nocturne, registrato tra Tokyo, Londra (l’Abbey Road), Parigi e New York. Quando non frequenta le aule del tribunale, si dedica all’attività di composizione, in passato anche per i maggiori capolavori del cinema muto, poi quella concertistica; ancora, svariati album di inediti, ma anche live. Con questo nuovo lavoro, Anzovino indaga nei sentimenti umani e anche dentro se stesso. Un meraviglioso viaggio musicale.

Sono passati cinque anni, dall’ultimo cd di inediti: in mezzo che cosa c’è stato?
In questi cinque anni sono accadute molte cose. Ho pubblicato un album dal vivo, registrato al Parco della musica di Roma, ho composto musiche per film documentari: uno dedicato a Pasolini, l’altro a Muhammad Alì, tutto sempre tra un concerto e un altro. Queste esperienze di scrittura sono state importanti, mi hanno consentito di “allenare” la mia creatività su un elemento di racconto, e nel frattempo di cercare dentro di me altri elementi per quel racconto.

Quattordici brani intensi, allo stesso tempo molto fruibili, che emozionano. Titoli dedicati, appunto, alla notte, ma anche a una tua ricerca. È come se volessi comunicare, forse a volte gridare, ciò che provi, ciò che senti.
È un album che cerca di mettere in musica un’esigenza che sentivo urgente, che permettesse all’ascoltatore di prendersi un tempo per se stesso. Tutto è ambientato in una notte, che sicuramente ti può cambiare la vita, non perché quella notte accada qualcosa di speciale, ma perché evolvi dentro di te, soprattutto cerchi di farti interprete del tuo essere nel mondo e del tuo essere nel tuo tempo. Questo album è una fotografia del nostro tempo fatta da un musicista che, attraverso i suoni, cerca di descrivere le emozioni più profonde e interiori, quelle che tutti gli uomini cercano di trovare nel quotidiano, in un quotidiano che cambia molto repentinamente.

Oltre che giurista, hai anche un’inclinazione filosofica.
Io credo che la bellezza del vivere sia, proprio, nel comprendere che dobbiamo vivere nel nostro tempo, quello proprio di ciascuno, e non, per esempio, vivere nella nostalgia di un passato che non si è vissuto. La caratteristica del disco, essendo la trasposizione per suoni di tutto ciò che mi circonda e che vedo intorno, è una caratteristica che trovo nella solitudine umana, che io non considero un fatto negativo, ma un fatto che va interpretato. In questa notte che descrivo (soprattutto nel primo brano “Nocturne in Tokyo” ), che è magica e dolorosa allo stesso tempo, io descrivo un essere umano che fa i conti con se stesso nel mondo di oggi e che, attraverso l’ascolto della musica, guardando le proprie debolezze da vicino, riesce a essere un pochino più indulgente nei confronti di se stesso.

Abbiamo parlato della Cineteca di Bologna, ma tu vivi a Pordenone dove c’è un importante festival dedicato al cinema muto. Quale rapporto hai con questi ambienti, oggi?
Sì, certo, quello della mia città è un festival importante, ho collaborato qualche volta, ma sono stato scoperto dal festival concorrente… Ho composto qualcosa come trenta accompagnamenti musicali, per i film muti, nei vari festival e cineteche. Poi, però, ho iniziato a declinare le proposte in questo settore perché mi interessava fare un’esperienza di crescita e di scrittura, volevo fare una musica che vivesse di luce propria, ma ho conservato il metodo. Oggi, quando scrivo, rubo immagini che vedo, le monto nella mia testa, le proietto nello stesso schermo su cui per tanti anni ho guardato Chaplin o Buster Keaton.

La professione forense non ti distrae dalla musica?
Sono un grande “ascoltatore” delle cose che vivo, anche in questo momento sto scrivendo una colonna sonora per la Nexo Digital. Quando mi è stato richiesto di mandare i provini per consentire di fare il montaggio, mi rendevo conto che queste musiche io le stavo ascoltando già da settimane. Per me, c’è sempre prima la musica, ma non perché sia più importante, ma perché la musica è la cosa più importante della mia vita interiore. La musica mi ha consentito di parlare di quello che volevo, non utilizzando la parola.

Il quattordicesimo brano del tuo album si intitola “Valse pour une femme”, che è dedicato alla donna. Desideravi offrire un ritratto del femminile?
Desideravo sottolineare che le donne hanno un maggiore coraggio. Attraverso lo sguardo di una donna, sia di grandi personaggi femminili o persone comuni, ho sempre ritrovato forza, una maggiore fedeltà alle cose e alle persone e nessuna superficialità. Il brano descrive la bellezza nel provare amore per una persona estranea, ma anche tutto il mio amore, appunto, per l’universo femminile. Del resto, questo brano chiude un disco che si apre con l’osservazione delle stelle, continua con Galilei, nell’omonimo brano, contiene la penultima traccia, che si intitola “The stars”. Il mio racconto finisce col dire che le vere stelle non sono quelle che guardiamo nel cielo, ma sono quelle poche persone che a volte nella vita, anche quando noi non lo vogliamo, brillano dentro di noi, come le donne.

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