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La Repubblica iraniana lo vuole morto. Rimangono solo 20 giorni per liberarlo. Salvate Ahmad, salvate la scienza. Salvate chi salva gli altri: un medico, un luminare, un simbolo. Della ricerca contro l’oscurantismo, della solidarietà contro la spietata legge di Stato. Né giusta, né laica.

Ahmadreza Djalali è chiuso dentro una cella della prigione di Evin a Teheran, dove è stato arrestato ad aprile 2016, quando si era recato in patria su invito dell’università per un convegno medico. Appena messo piede nel suo Paese d’origine, è stato ammanettato e accusato di spionaggio. Il medico 45enne è ora condannato alla pena capitale. Lui, che ha dedicato tutta la sua vita a migliorare l’esistenza degli altri, specializzandosi in “medicina dei disastri”, per salvare quanti nascono, vivono e muoiono sotto le bombe e le macerie, nei teatri d’emergenza, nei luoghi del mondo in guerra.

Ahmadreza per lo stato islamista è “una minaccia nazionale, una questione di sicurezza”. L’isolamento a cui è sottoposto è quello brutale della sezione 209, dove per sette mesi non ha avuto diritto a niente, men che meno ad essere difeso o assistito da un avvocato. Lo sciopero della fame che ha iniziato a dicembre non è servito. Anzi, ha peggiorato molto le sue condizioni. Poi è stato costretto a firmare una confessione in calce a fogli che non ha mai letto.

La prima sentenza è stata pronunciata un anno e quattro mesi dopo il suo arresto, il 24 agosto, e la seconda è arrivata esattamente un mese dopo, dalla bocca del giudice del Tribunale della Rivoluzione. Per le autorità islamiste stava compiendo spionaggio per Israele, questo racconta Vida Mehrannia, sua moglie, e una fonte diplomatica italiana. Rimangono, dice Vida, solo 20 giorni per appellarsi contro la sentenza.

Spionaggio perché? Perché Ahmad ha collaborato con ricercatori di Stati che l’Iran annovera tra i suoi nemici, ha alleviato le sofferenze di altre nazioni dove la capacità ospedaliera è migliorata sotto i mortai grazie alle sue scelte, le sue azioni, le sue ricerche. È un attacco al mondo della medicina tutto, dicono dall’istituto Karolinska a Stoccolma, Svezia, dove lavorava. I suoi due figli piangono per la sua liberazione dalla capitale svedese, ma senza possibilità diplomatica di manovra. Si sono trasferiti lì dopo che con il padre hanno vissuto e studiato per due anni a Novara, Italia. Ahmadreza ha lavorato al Crimedim, il centro di ricerca in medicina dei disastri all’Università del Piemonte Orientale. Nonostante la campagna di solidarietà dell’Università per la sua liberazione, sostenuta da Amnesty, nulla è cambiato.

Oggi Luigi Manconi, presidente della Commissione diritti umani del Senato, insieme ad Elena Cattaneo, depositano un’interrogazione parlamentare sul caso del ricercatore. Perché un pezzo della sua storia è italiana e l’Italia dovrà chiedere spiegazioni allo stato di Rouhani, quello che Renzi, l’ultima volta che l’ha incontrato, ha detto essere un alleato “contro il terrorismo, per la stabilità, per la pace”. Senza spiegare di che pace si tratti e terrorismo compiuto da chi.

Per la campagna di solidarietà in Italia leggi anche qui

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