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Urla, esplosioni, spari, ambulanze che arrivano e ripartono. Prima bombe, sangue, polvere. Venti le vittime. Lo stordimento. Poi il coraggio. Un’ora dopo l’attacco dello Stato Islamico, è ancora pallido come il letto d’ospedale dove è stato curato, ha le mani fasciate da bende bianche per i vetri che gli sono esplosi addosso nella sparatoria. Dopo le granate dell’attacco rivendicato dall’Isis, ieri, la prima cosa che il presentatore afghano ha fatto , appena tornato in piedi, è stato andare back on air, di nuovo in onda.

È stata la scelta del giornalista che non si è arreso, insieme a tutto il resto del team del suo canale: hanno deciso che dovevano continuare a lavorare e rimanere in onda, 24 ore su 24, come fanno sempre, da sempre, per la popolazione che li guarda in Afghanistan e Pakistan. È la lezione del giornalismo resistente della Shamshad Tv, dove Najib Nanish, una reporter, è morta nel corso delle operazioni antiterrorismo delle forze di sicurezza. Il direttore del canale, Abid Ehsas, ha concesso interviste a colleghi di altre testate: «resistiamo, è quello che facciamo, non chiuderanno la nostra bocca». Lo Stato Islamico è riuscito a fermarli solo un’ora. Solo un’ora di buio e poi back to work, di nuovo a lavoro, back on duty, ognuno al suo posto, a Kabul.

Dentro la stazione tv si erano barricati gli uomini dell’Isis con bombe e granate, eludendo la sorveglianza della sicurezza dell’emittente indossando uniformi della polizia e uccidendo una guardia. Lo Stato Islamico ha rivendicato l’attacco, ma non è l’unico nemico dei giornalisti a Kabul. I talebani, che questa volta hanno smentito il loro coinvolgimento con l’evento di sangue via twitter, dall’account del portavoce Zabihullah Mujahid, avversano e minacciano ogni forma di media libero dagli anni 90 e hanno ucciso con un attacco suicida, nel 2016, sette giornalisti della Tolo tv.

È accaduto solo un anno fa a Jalalabad, ad est del Paese. Quei giornalisti erano diventati bersagli militari appena avevano messo piede a Kunduz, riconquistata dai talebani che ne avevano perduto il controllo nel 2001. I reporter avevano cominciato a raccontare degli stupri compiuti degli islamisti armati sulle donne della città. La tv, dopo le messe in onda dei servizi, fu definita subito “satanica”, quei giornalisti facevano “propaganda”. Meritavano di morire e morirono, quando i talebani li uccisero con un kamikaze.

La violenza a Kabul, dopo 16 anni di guerra e 900 miliardi di dollari spesi, è fuori controllo, in periferia fin dentro al perimetro della zona dove è sita la tv Shamshad, ad un solo chilometro di distanza dal palazzo presidenziale. Altre tremila truppe a stelle e strisce, secondo le ultime decisioni del Pentagono rese note nelle ultime ore, si uniranno ai 6mila militari già presenti sul campo che affiancano servizi segreti e polizia locale.

L’anno nero dei giornalisti afghani è stato lo scorso: sono morti 13 reporter, più che in qualsiasi altro anno. Najib Sharifi, del Journalist Safety Center, dice che la guerra ai giornalisti nella sua terra non è una notizia di ieri o oggi, ma è in corso da tempo. L’informazione libera in Afghanistan è avversa ai talebani, quanto all’Isis, ma non meno al Governo in carica, che tenta di silenziare le inchieste sulla sua corruzione dilagante.

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