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Il Consiglio nazionale delle ricerche è una sorta di cittadina diffusa su tutto il territorio nazionale popolato da 11.500 dipendenti. Di questi, 4.500 sono precari, il 40% della forza lavoro. Contratti a tempo determinato che si procrastinano da anni, collaborazioni, borse e assegni e dottorati, il cui lavoro ha reso lustro e prestigio ai 102 istituti dislocati nei territori. Una situazione che sembra quantomeno destinata a perdurare, perché, per dirla in estrema sintesi, il governo non “trova” i fondi necessari per sbloccare la situazione: quasi 200 milioni. Per sensibilizzare l’opinione pubblica e tenere viva l’attenzione su questa situazione non degna della settima potenza economica mondiale martedì 7 novembre centinaia di precari provenienti da tutta Italia – tecnici, tecnologi e ricercatori del più grande Ente pubblico di ricerca italiano – si sono ritrovati in presidio sotto palazzo Vidoni a Roma, sede del ministero della Funzione pubblica.

Ciò che hanno richiesto a gran voce è lo sblocco delle risorse necessarie per il rilancio degli Istituti e la stabilizzazione contrattuale dei lavoratori. Una manifestazione indetta dai sindacati confederali e dai Precari uniti Cnr – gruppo che organizza la nebulosa precaria del Consiglio nazionale delle ricerche. Alle 14 poi, un’assemblea nella storica sede, a piazzale Aldo Moro 7, davanti ai muraglioni dell’Università La Sapienza. In collegamento streaming il presidente del Cnr, Massimo Inguscio, che, incalzato dai lavoratori, ha provato a dare delle risposte. Il 31 dicembre, 180 precari del Consiglio Nazionale delle Ricerche potrebbero perdere il lavoro e rimanere a casa.

Nella sala conferenza gremita, la possibile proroga dei contratti è stata l’argomento principale. Alla domanda di Alberto Bucciero, coordinatore dei Precari Uniti Cnr, «I 180 lavoratori rimarranno?», il presidente Massimo Inguscio ha tergiversato, la voce rotta dalla scarsa connessione, «Ci stiamo adoperando e sono ottimista», con ipotetici tagli e razionalizzazioni all’interno dell’Ente per raggiungere gli scopi prefissati. «Negli ultimi dieci anni la ricerca pubblica ha subito ingenti tagli ai fondi, con conseguenze disastrose sul capitale umano coinvolto» scrivono i precari in una lettera indirizzata al premier Paolo Gentiloni, pubblicata in anteprima da Repubblica.

Oltre al lavoro di ricerca nei laboratori, gli esperimenti e le missioni, le armate del Cnr si prodigano tutti i giorni per «attrarre ingenti risorse economiche da progetti di ricerca internazionali, commesse e lavoro con terzi». E la causa? L’abbattimento del Fondo ordinario d’ente – il finanziamento pubblico – tagliuzzato e rosicchiato negli ultimi dieci anni, passato da 627 milioni di euro ai 510 milioni del 2017. «Il Cnr, ad esempio, raddoppia la propria dotazione ordinaria, chiudendo il bilancio annuale oltre il miliardo di euro. Nessun altro ente della pubblica amministrazione è così in attivo, nessun altro è così un investimento per il Paese».

Gli strumenti legislativi per bloccare l’emorragia di lavoro e diritti ci sono, ma senza il denaro tintinnante del Tesoro sono inutili. Il decreto Madia garantisce la regolarizzazione del precariato storico nella Pubblica amministrazione. Manca però la circolare interpretativa che definisce i confini degli aventi diritto nell’amalgama del precariato. Comma 1 o Comma 2? Con tre anni di flessibilità e un contratto a tempo determinato, la stabilizzazione dovrebbe essere certa. Per progetti o assegni di ricerca, identificati addirittura come anni di formazione, la strada è ancora più accidentata.

La risposta del ministro, data alla delegazione di lavoratori e sindacalisti salita nelle stanze di palazzo Vidoni, mentre il presidio rumoreggiava, è che la circolare uscirà tra dieci o quindici giorni. Comunque servono 190 milioni di euro per stabilizzare i 4.500 del Cnr e 300 milioni per tutti precari degli Enti di ricerca pubblici (all’incirca 10mila). Ma nella legge di Bilancio approdata al Senato vengono colmati 300 posti, una cifra irrisoria.

 

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