Su oltre 360mila richieste di asilo presentate in Italia tra il 2010 e il 2016, il 40 per cento sono state accettate in prima battuta dalle Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione, a fronte di un 35 per cento di dinieghi (la quota restante è ancora in attesa di giudizio). Le cifre, elaborate dal ministero dell’Interno e divulgate da La Stampa nei giorni scorsi non sembrano poi così sorprendenti. Tuttavia, scendendo nel dettaglio, i richiedenti asilo hanno vinto il 53,17 per cento dei ricorsi arrivati a sentenza in tribunale nel periodo in esame (30.754). Insomma, in più della metà dei casi, il primo grado di giudizio ha ribaltato le decisioni delle commissioni – più esposte, secondo alcuni, alle pressioni della politica – in favore di chi chiede protezione internazionale al nostro Paese. E sette volte su dieci, nell’eventualità di un ulteriore ricorso in secondo grado, la Corte di appello ha dato ragione al richiedente asilo (fonte: Sprar).

Sarà un caso, ma è proprio contro queste due tappe dell’iter legale percorribile in precedenza dai richiedenti asilo che si è scagliato il decreto n. 13 del febbraio 2017, convertito in legge ad aprile e da poco entrato a regime, meglio conosciuto come decreto Minniti-Orlando sull’immigrazione. Un testo che, sin da subito, ha messo in allarme i giuristi che quotidianamente si occupano dei diritti di chi emigra, quelli erosi da questo dispositivo, che sgretola le tradizionali fasi con cui si articola la giustizia italiana, configurando percorsi ad hoc per esseri umani “di serie B”, e che – per questo motivo – presenta profili di sospetta incostituzionalità.

La prima prescrizione confezionata su misura dai ministri di Interno e Giustizia per chi chiede protezione è l’introduzione di 26 sezioni di tribunale specializzate, in altrettante città sedi di Corti di appello, che si occuperanno di “immigrazione, protezione internazionale, e libera circolazione dei cittadini dell’Ue”. «Quella di istituire sezioni di questo tipo non è una idea nuova, ma la cosa grave è che qui si tratta di sezioni dedicate non ad una materia precisa – per esempio il ricongiungimento familiare o i permessi di soggiorno per europei – bensì a un soggetto preciso, il migrante». A guidarci tra le maglie di questa brutta legge è Francesca De Vittor, docente di Diritto delle migrazioni e dell’asilo all’Università cattolica del sacro cuore di Milano. «Inoltre – prosegue – questi giudici speciali si atterranno a procedure altrettanto speciali»…

L’articolo di Leonardo Filippi è tratto dal numero di Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Commenti

commenti