Inizio esplosivo per la 23° edizione del MedFilm Festival, un weekend ricco di emozioni. Ad aprire il festival “La Bella e le Bestie” che racconta una vicenda ispirata a una storia vera accaduta nel 2012 in Tunisia, dove una studentessa di un collegio, sorpresa su una spiaggia in compagnia di un ragazzo, fu stuprata dalla polizia e poi fu sottoposta a intimidazioni e ricatti perché aveva cercato di sporgere denuncia. Il film, che è stato presentato a Roma (e il 13 novembre al festival di Cartagine), è opera della regista tunisina Kaouther Ben Hania che con la splendida protagonista Mariam Al Ferjani ha saputo raccontare una storia che parla di violenza. Una violenza che va oltre a quella fisica, che a volte o troppo spesso è intrinseca nella società. Un racconto di speranza e di grande coraggio. Un film che tiene incollati allo schermo, con il cuore in gola, dall’inizio alla fine. Nella scena finale finalmente arriva un po’ di leggerezza per la bellezza e il coraggio della protagonista.

Wajib” proiettato nella seconda serata del festival è un racconto dolceamaro, a tratti ironico. Nel rapporto tra padre e figlio la regista Annemarie Jacir riesce a lanciare riflessioni anche sulla situazione dei palestinesi in Israele. Lo spettatore viene rapito dalla bravura dei due protagonisti Mohammad Bakri e Saleh Bakri, padre e figlio anche nella realtà.

Il titolo di quest’anno del #MedFilm2017 «Sguardi di donne», dedicato alle donne registe, interpreti, autrici, protagoniste si sposa perfettamente con entrambi i film, non solo per la regia al femminile, ma anche perché le stesse registe fanno spiccare delle figure maschili molto forti, ma allo stesso tempo morbide che contrastano l’atteggiamento di alcune donne che rimangono indifferenti agli eventi circostanti. «Non è responsabilità solo della società maschile, anche le donne sono colpevoli della sottomissione delle donne» è la riflessione che propone Mariam Al Ferjani, che ha partecipato alla presentazione romana del film La bella e le bestie, incontrando il pubblico per raccontare la genesi del film, il lavoro sul set, ma anche la forte partecipazione del pubblico nelle preview in Tunisia dove il film sta suscitando un forte dibattito.

Un atmosfera calda, quella che si è respirata in questi giorni al MedFilm festival tra film documentari, corti, ma soprattutto un pubblico attivo che ha partecipato ai dibattiti in sala con attori e registi prima e dopo le proiezioni.  Altri due piccoli gioielli di questo festival sono Inflame e Summer 1993, entrambi parlano di una perdita, ma vissuta in modo differente.
“Summer 1993” della regista spagnola Carla Simón è un racconto delicato. Dopo la morte dei genitori, Frida, una bambina di sei anni, affronta la prima estate con una nuova famiglia adottiva di zii. Lo spettatore viene trascinato in questa estate piena di emozioni e sentimenti nuovi per la bambina. Lasciati tra parentesi i nonni estremamente religiosi, all’interno della nuova famiglia nascono rapporti belli dove la bambina si lascia finalmente andare. Nell’ultima scena scorrono lacrime sullo schermo così come in sala.
“Inflame” di Ceylan Özgün Özçelik, anche qui regista e protagonista sono donne. Hasret, lavora in un network all news con il quale lei entra in conflitto per la manipolazione mediatica che i suoi colleghi attuano. Da qualche tempo sta avendo lo stesso incubo. È possibile che i suoi genitori non siano morti come ha sempre creduto? Il tutto si svolge in un appartamento claustrofobico con sullo sfondo una nuova Istanbul. Un film che esce fuori dagli schemi del cinema turco, un film di denuncia contro l’oblio. “Siamo arrivati ad una situazione dove camminavo nella mia Anatolia e la vedevo trasformarsi velocemente, vedevo grattacieli ergersi ovunque e non riuscivo più a ricordare cosa ci fosse stato prima. Chiedevo ai miei amici e nessuno si ricordava, avevamo ricordi molto vaghi di quello che era prima l’Anatolia. Per questo ho voluto riprendere un fatto realmente accaduto nel 1993, perché nessuno dimentichi e perché quei discorsi sono estremamente attuali”, racconta la regista turca presente al dibattito in sala dopo la proiezione del film. “Ci vogliono far credere quello che gli fa più comodo e la memoria è la chiave per fare qualcosa e credo che sia questo quello che serve alle nuove generazioni.”
Il film era pronto nel 2013, ma è stato realizzato solo nel 2015. “Tutti i produttori mi sconsigliavano di fare questo film, mi dicevano che non c’erano soldi e non ci sarebbe stata audience, mi dicevano di fare qualcosa di più semplice. Dopo due anni ho ottenuto il permesso del Ministero della Cultura con pochi fondi e finalmente un produttore.”
Inflame verrà distribuito a maggio in Turchia, ma nessuna delle tv nazionali lo vuole trasmettere, nonostante il supporto del Ministero della Cultura. “Reality is a nightmare and nightmare is reality” conclude Ceylan.

Commenti

commenti