Più che dare risposte, Moni Ovadia, vuole sollevare domande, il più possibile, scomode. Nel libro Il coniglio Hitler e il cilindro del demagogo (La Nave di Teseo) lo fa con il piglio vivo dell’affabulatore e con l’autorevolezza che gli dà l’essere un ebreo cosmopolita, partigiano di una sinistra che ha il coraggio di prendere posizione, «perché di fronte alla storia non si può essere neutrali».
E se è inaccettabile l’ignavia che ha caratterizzato anche intellettuali di primo piano nel Novecento altrettanto lo sono luoghi comuni come «italiani bravi gente» che circolano ancora oggi e paralizzanti metafore come Hitler «Il Male assoluto», che non permettono di vedere cosa è stato davvero il nazismo, come sia nato e come si sia potuto diffondere diventando criminale ideologia di Stato. Questa retorica dell’indicibile, non è innocua, ma continua a produrre effetti nefasti sul presente, denuncia Ovadia (che il 15 novembre è al Csoa La strada di Roma per una serata a sostegno di Blue Desk).

Quando entrò in vigore in Italia la legge sul negazionismo, Il Giornale di Sallusti pubblicò il Mein Kampf nell’edizione fascista, senza note e apparato critico, salvo l’introduzione dello storico, allievo di Renzo De Felice, Francesco Perfetti. «L’operazione spregiudicata de Il Giornale fu un fatto commerciale», replica secco Ovadia. «Non mi scandalizza la pubblicazione del Mein Kampf. Purtroppo è un libro che circola, le copie non sono state distrutte. E io non sono mai stato per i roghi di libri. Sallusti cercò di fare un colpo giornalistico, anche se un testo del genere andrebbe corredato con note critiche».
A scandalizzare Ovadia è piuttosto l’ignoranza, il non voler fare i conti con la storia. Accade in Italia dove «le edicole sono ancora piene di pubblicazioni che incensano Mussolini». Mentre Porta a Porta ci offre gli aneddoti di Alessandra Mussolini «su quanto era affettuoso il suo nonnino». «Mi dispiace molto per lei – stigmatizza Ovadia – se ha avuto un nonno così: criminale, genocida e traditore perfino dei suoi».

Contro lo sport italiano di auto assolversi riguardo al passato, su Hitler ma anche su Mussolini, «è tempo di dare un giudizio tombale e di fare un lavoro serio per far conoscere la ferocia del colonialismo italiano», dice l’attore e scrittore. Colonialismo che prese avvio nel 1882 in Eritrea e poi fu esteso ad altre aree africane, dall’Etiopia, alla Libia alla Somalia e oltre “grazie” alle mire espansionistiche del Duce.
«È di Mussolini la responsabilità del genocidio della Cirenaica», ribadisce Ovadia. «Su suo ordine il generale Graziani mise in atto uno sterminio di massa in Etiopia, con i carri armati contro la popolazione civile». In un suo articolo lo scrittore Alessandro Pavolini, allora segretario del partito fascista, disse di non aver mai visto tanta gente assassinata in così breve tempo. «Non lo riferiva come critica, ma come constatazione di fatto, da giornalista, diceva quello che vedeva. Oggi – attacca Ovadia – quanto revisionismo si fa a Porta a Porta che rasenta l’apologia? Chi si alza a dire vergognatevi? Chi si scandalizza davvero perché il Mediterraneo è un cimitero di migranti? L’Europa ha lasciato che si consumassero stermini di massa senza muovere un dito anzi facendo sudici affari su quelle guerre», denuncia lo scrittore, attore, regista e drammaturgo.
Perché nasca una coscienza storica, una consapevolezza profonda da cui scaturisce un fermo rifiuto del nazi fascismo e dei suoi derivati non servono delle norme, secondo l’attore italo-bulgaro. «Le norme che criminalizzano i negazionisti, finiscono per farne dei martiri, offrendo loro le armi per geremiadi di auto vittimizzazione. Il negazionismo – propone Ovadia – si sconfigge facendo informazione vera ed educazione nelle scuole. Lo si potrebbe combattere davvero se si facesse lezione sulla Costituzione repubblicana e sulla Carta universale dei diritti dell’uomo. Il negazionismo non farebbe presa se si parlasse fin dalle scuole primarie dei valori della resistenza antifascista italiana ed europea. Allora non troverebbero ascolto libri come quelli di Giampaolo Pansa che vorrebbe far passare il messaggio che fascisti e comunisti pari sono». Certo, ammette Ovadia, «nelle guerre civili ci sono sempre fenomeni di degenerazione. Ma non possiamo dimenticare che la Resistenza è ciò che ci ha dato la libertà e la democrazia».
Nel libro Il coniglio Hitler e il cilindro del demagogo argomenta tutto questo con la freschezza di una scrittura di getto dettata dall’urgenza di fare davvero i conti con il passato, per vedere ciò che è stato realmente e poterne disinnescare la miccia. Questo libretto, dice, «nasce in opposizione alla triste consuetudine di fare appello a Hitler con il solo scopo di provocare terrore e ingaggiare nuove crociate contro i nemici dell’Occidente da Saddam Hussein a Gheddafi indicati come suoi sosia». Nasce per una «allergia al politically correct delle sinistre da salotto», nasce dalla constatazione che «se si critica Israele per le sue politiche espansioniste ai danni della Palestina, si viene subito tacciati di antisemitismo».
Nasce per dire, forse, la cosa più scomoda di tutte: che Hitler poteva essere fermato. E che la soluzione finale doveva e poteva essere impedita. È questo il cuore del libro e il contributo più interessante della sua ricognizione storica.
La Francia, l’Inghilterra, oltre alla Germania più liberale e aperta, esitarono di fronte all’ascesa del nazismo e poi di fronte al regime, non seppero reagire. «Hitler poteva essere fermato prima del suo esordio come minaccia reale, durante e perfino dopo la sua ascesa, ne sono profondamente convinto», rimarca Ovadia.
Un’occasione d’oro si presentò nel 1923 quando Hitler tentò il Putsch della Burgerbraukeller e fallì. Già allora ostentava i simboli del culto del sangue di cui parla Johann Chapoutot nel saggio La legge del sangue (Einaudi). Prima della medaglia all’Ordine del Sangue, il cimelio del futuro Führer era proprio la bandiera di sangue con la svastica del fallito Putsch di Monaco. La pena per chi tentava il colpo di Stato, allora, era la morte. Ma Hitler fu invece condannato a soli 5 anni di detenzione e alla fine ne scontò uno solo. «Quando uscì dalla prigione ad attenderlo c’erano l’“eroe” Ludendorff insieme ai giudici che lo avevano giudicato. E vollero farsi fotografare con lui. Gli esponenti della cultura reazionaria e revanscista guglielmina consideravano Hitler uno di loro».
Qualche anno dopo, ricostruisce ancora Ovadia, «i partiti della sinistra, se alleati, avrebbero potuto fermarlo, sconfiggendolo alle elezioni e con una mobilitazione congiunta. Ma erano divisi. Stalin aveva avuto la brillante pensata di criminalizzare i socialdemocratici stigmatizzandoli come socialfascisti, e aveva contribuito a scatenare una situazione di conflitto fra loro e i comunisti proprio in tempi in cui maggiormente ci sarebbe stato bisogno di unità». (Lo stesso Stalin, va ricordato, poi, nel 1939 decise di allearsi alla Germania nazista firmando il patto Molotov-Ribbentrop).
Quanto agli inglesi e ai francesi, per loro, altre occasioni si ripresentarono anche dopo l’instaurazione del regime. Avrebbero potuto approfittarne per sferrare un colpo mortale alla dittatura hitleriana ma forse sopravvalutarono le forze dell’avversario e se le “lasciarono sfuggire”. Incompetenza? Errore di lettura politica? O inconscia complicità? Perché non si volle fermare Hitler? La domanda torna a riproporsi con insistenza, in questo volume. La risposta potrebbe anche essere “banale”, accenna il nostro autore: non c’era la volontà politica di farlo da parte degli altri attori dello scacchiere nazionale tedesco e internazionale. Nonostante che ad un certo punto alti ufficiali della Wehrmacht fossero addirittura pronti a intervenire per destituire il tiranno criminale. Quando Hitler decise di rimilitarizzare la Renania «sarebbe stato sufficiente che inglesi e francesi muovessero qualche divisione dei loro eserciti per contrastarlo», fa notare Moni Ovadia. Il trattato di Versailles prevedeva che la Renania rimanesse territorio demilitarizzato, ma nel 1936, scommettendo sull’inerzia degli anglofrancesi, Hitler armò platealmente la regione. Inglesi e francesi protestarono diplomaticamente ma non fecero nulla. E qualcosa di ancor più grave accadde in Germania dove larga parte della intellighenzia si schierò con Hitler e, se fu una minoranza a pianificare lucidamente la Shoah, moltissimi furono i gregari.
«Ciò che a mio avviso bisogna comprendere – afferma Ovadia – è che Hitler non fu un’anomalia, né il frutto di un inevitabile destino germanico e solo tale: fu invece il virgulto coltivato con cura di uno spirito diffuso in tutto l’Occidente-Oriente cristiano». Alimentato e sostenuto da molti testi politici, filosofici, a cominciare da quelli di Martin Heidegger. Altri testi che prepararono lo sterminio, «venivano da lontano e già nella seconda meta dell’Ottocento avevano trovato una trattazione sistematica, per esempio, nell’opera di Joseph Arthur de Gobineau Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane e in quella di un suo epigono, Houston Stewart Chamberlain», osserva Ovadia. «Così a poco a poco l’ideologia nazista si diffuse “senza scandalo” in Germania». Come rivela il libro autobiografico Ho pagato Hitler dell’industriale Fritz Thyssen, padrone delle Acciaierie riunite, che controllavano il 75 per cento dell’acciaio tedesco.
Quanto alla tiepida opposizione inglese Ovadia raccomanda di leggere in particolare l’opera di due storici canadesi, Clement Leibovitz e Alvin Finkel: Il nemico comune che ricostruisce la storia della collusione fra Gran Bretagna e Germania nazista (libro spesso citato anche dal liberale Christopher Hitchens).
E che fosse possibile opporsi al criminale e genocida Hitler, Moni Ovadia lo deduce dalla coraggiosa presa di posizione di due Paesi, diversissimi fra loro, come la Danimarca e la Bulgaria.
«I sopravvissuti sanno bene cosa è stato l’inferno nazista, alimentato da un’indifferenza, che era in realtà tacita complicità. Fra coloro che hanno potuto testimoniarlo ci sono stati anche i miei genitori e mio fratello maggiore – dice Moni Ovadia (che è nato a Plovdiv nel 1946) -, ebrei bulgari, che sarebbero finiti certamente nei lager se la Bulgaria non si fosse opposta ai rastrellamenti».
Fu il vicepresidente del parlamento Pešev ad alimentare quel movimento che poi bloccò la deportazione di 48mila ebrei bulgari. In Danimarca, quando i nazisti la occuparono, annunciando le leggi razziali che imponevano agli ebrei di indossare un bracciale con la stella di Davide o di cucirla sul bavero delle giacche e dei cappotti, il re dichiarò che sarebbe stato il primo a indossarlo e il popolo lo fece davvero. E se chiediamo a Moni Ovadia perché bulgari e danesi si opposero alla deportazione degli ebrei., lui risponde senza esitare: «Semplice, li consideravano esseri umani e concittadini».

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