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Superare la melanconia post industriale guardando al futuro. In questi mesi Prato si sta giocando una delle sue carte più decisive per immaginarsi come una città che sa di nuovo proiettarsi nel futuro e dimostrare, prima di tutto a se stessa, di aver superato la fase di riflessione esclusivamente rivolta al suo glorioso passato distrettuale.
L’occasione è offerta dall’adozione del nuovo piano operativo che ha il compito di sostituire quello precedente firmato dal grande urbanista Bernardo Secchi del 2001, che aveva già lavorato a Madrid, Ginevra e Parigi. Sebbene emendato con più di 200 varianti, è ancora il vecchio regolamento urbanistico a regolare gli spazi, gli usi e le dinamiche della città del tessile.

Ora Prato cerca di diventare una città accogliente, dinamica e smart almeno sul piano urbanistico, grazie anche al riuso dei vecchi capannoni industriali che incombono inermi sul Macrolotto Zero.
Non è un caso quindi che al lungo iter di adozione del piano operativo, compresi i momenti di partecipazione attiva con la popolazione, è stato dato il nome di “Prato al Futuro” , percorso che terminerà, al netto di inciampi e osservazioni, nel 2019 con l’approvazione del piano stesso.
Fino a dicembre i cittadini saranno impegnati in assemblee, presiedute da esperti, nelle quali si esamineranno i possibili sviluppi urbanistici sotto vari profili, ma il tema del riuso rimane il tema fondamentale e dirimente. Non solo perché gli edifici industriali vuoti sono numerosi, ma soprattutto perché si trovano nella zona del Macrolotto Zero, quella che per tutti i pratesi è ormai la Chinatown.

E qui il ragionamento si fa particolarmente complesso in quanto accanto a quello urbanistico, si devono prendere in esame anche gli aspetti sociologici e antropologici della forte presenza cinese in città. Trentamila persone, tra regolari e meno regolari, che lavorano quasi tutte nel Macrolotto, un incrocio di strade appena fuori dal centro storico dove il rosso alternato al dorato delle insegne dei ristoranti catapulta il visitatore in Cina, a pochi minuti a piedi dal bianco marmoreo del Duomo di Prato.
La contrapposizione cromatica dei colori sembra rispecchiare la dualità politica del passato, e in parte anche del presente, della città di Prato che ha sempre avuto un’anima piuttosto democristiana, venata di rosso solo a seguito delle varie ondate migratorie nazionali che si sono succedute nel tempo, a partire dagli anni Sessanta: prima i pratesi delle montagne, poi gli aretini e infine i pugliesi negli anni Ottanta.
Alcuni sociologi si sono domandati perché non si sia mai verificata nessuna grave crisi sociale a seguito dell’arrivo dei lavoratori cinesi che silenziosamente si sono andati a sostituire a quelli pratesi nel distretto tessile. La risposta, quasi unanime, è stata individuata ancora una volta nella possibilità di fare commercio, l’unica lingua che entrambe le comunità, almeno all’inizio, avevano in comune. D’altra parte un metro quadrato messo in affitto al Macrolotto rende più o meno quanto uno in centro a Firenze.
Ad una lettura più approfondita si scopre in realtà che le similitudini tra pratesi e cinesi sono molto più numerose di quanto si immagini e ce lo ricordano le cronache nelle quali, già alla fine degli anni Settanta, alcuni giornalisti francesi ed inglesi bollavano i lavoratori pratesi come dediti all’autosfruttamento e al lavoro nero, come riporta lo storico pratese Riccardo Cammelli nel suo bel libro Tra i panni di rosso tinti. Allora era infatti Prato la capitale low cost del tessile che, grazie al basso costo della manodopera e agli orari ininterrotti delle fabbriche a conduzione familiare, era riuscita a diventare la nuova Manchester italiana, a discapito degli altri distretti europei.

La sfida che la città deve affrontare ora è tutta di tipo culturale, come lo è immaginare una città che sappia dare spazio e voce alla sua dimensione multietnica e multiculturale.
In trent’anni di presenza cinese in città, poco è stato fatto sul piano dell’interazione perché è mancata una corretta e puntuale messa a fuoco del problema. La narrazione dominante – politica, giornalistica e perfino romanzesca – si è fossilizzata sulla ripetizione ossessiva della fine dell’età dell’oro distrettuale causata dall’arrivo dei lavoratori cinesi.
Se fino a poco tempo fa il sentimento comune pratese era perfettamente incarnato dalla vicenda familiare e malinconica de Storia della mia gente dell’ex imprenditore tessile e ora deputato Edoardo Nesi, adesso c’è anche chi, come Federica Zabini, sulla Chinatown e i suoi abitanti-lavoratori ci scrive delle Cartoline dal tratto spiccatamente umano e indulgente, oppure chi, come il sociologo Fabio Bracci, invita ad andare Oltre il distretto e cominciare a rendersi conto che l’età dell’oro del distretto non è certo finita per colpa dei cinesi in quanto, a ben guardare, quella era già terminata da un pezzo.

Quale sia stata la causa, o meglio l’insieme di eventi che hanno portato al tracollo del distretto conosciuto fino allora? Ce lo dice di nuovo Bracci: da una parte l’apertura della Cina al mercato globale con la sua adesione al Wto e dall’altro l’abbandono della lira a favore della moneta unica europea. Dimensione globale e locale che s’intrecciano saldamente, insomma, e che fanno di Prato, piccola città alle porte dell’ingombrante Firenze e di questa fino a pochi decenni fa parte integrante anche dal punto di vista amministrativo, una città complicata ma nella quale alle volte si respira più che a Firenze aria di futuro e voglia di tornare a brillare di luce propria.

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