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«Era l’una di notte quando abbiamo sentito sbattere rumorosamente alla porta del dormitorio. La gendarmerie ha iniziato ad arrestare tutti i neri, picchiando con i manganelli chiunque opponesse resistenza. Ci hanno buttato su un bus urlandoci «rimpatrio! rimpatrio!». Quando è stato arrestato, Ibrahim (il suo e gli altri nomi citati in questo articolo sono di fantasia, per ragioni di sicurezza e di tutela dell’incolumità, ndr) si trovava nel dormitorio adiacente al cantiere di costruzioni dove lavorava con molti connazionali della Guinea e cittadini di Paesi limitrofi, nella periferia est di Algeri. All’ombra dei crimini compiuti nella vicina Libia ai danni di donne e uomini in partenza verso l’Europa, anche l’Algeria torna a essere un inferno per i migranti dell’Africa subsahariana, che qui arrivano per lavorare fermandosi mesi, talvolta anni. In pochi vedono l’Algeria come Paese di destinazione ultima e una gran parte tenta poi, con qualche risparmio, di attraversare la frontiera col Marocco, per raggiungere Melilla o Ceuta, o si sposta verso est per entrare in Libia.

La maggioranza lavora in cantieri edilizi e nell’agricoltura, arrivando spesso regolarmente in virtù degli accordi bilaterali sulla libera circolazione, in particolare per i cittadini maliani, che si ritrovano poi in situazione irregolare alla scadenza dei tre mesi. La legge 08-11 del 2008 relativa alle condizioni di entrata, soggiorno e circolazione degli stranieri in Algeria ha inasprito le possibilità di regolarizzazione obbligandone migliaia all’informalità. Dopo un periodo di relativa tolleranza verso i migranti senza documenti da parte delle autorità, dal 2014 l’Algeria ha adottato la linea della tolleranza zero. Sfociata nei mesi scorsi in violenze, arresti arbitrari e, infine, espulsioni nel deserto. Sono più di tremila le persone espulse illegalmente dall’Algeria da agosto ad ottobre 2017 verso la frontiera con il Niger, e in misura minore verso il Mali. Provenienti da Niger, Guinea, Burkina Faso, Benin, Nigeria, Mali, Costa D’Avorio, Camerun, sono stati arrestati nelle periferie della capitale Algeri. Le autorità hanno effettuato fermi sui cantieri di lavoro, per le strade, irrompendo addirittura in alcuni domicili privati.

«Ci hanno detto che in quanto africani, siamo portatori di malattie. ‘Dovete rientrare’, ci hanno ammonito. Molti sono stati picchiati duramente dalla polizia, altri sono rimasti feriti nel tentativo di scappare», continua Ibrahim, raggiunto telefonicamente al suo arrivo ad Agadez, in Niger, dopo la sua espulsione forzata il 5 ottobre. La dinamica dei rastrellamenti evidenzia un caso flagrante di discriminazione razziale ai danni di persone colpite solo in ragione del colore della pelle…

L’articolo di Debora Del Pistoia prosegue su Left in edicola


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