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“Effetto migrante sano”. Questo è quanto. Ed è ufficiale. A dichiararlo la Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema di accoglienza, di identificazione ed espulsione, nonché sulle condizioni di trattenimento dei migranti e sulle risorse pubbliche impiegate, nella Relazione sulla tutela della salute dei migranti e della popolazione residente.
Con buona pace di coloro che gridano all’untore straniero, il fenomeno migratorio in atto riguarda «persone in condizioni di salute più che buone». Addirittura «migliori di quelle dei residenti». Che, fra le altre malattie, sarebbero evidentemente affetti dalla Sindrome di Salgari, ossia dal timore ingiustificato di una imminente diffusione incontrollata di malattie infettive da parte del migrante.
Se a scongiurare il loro terrore non bastasse considerare che la tendenza a porre in atto il viaggio migratorio è sostenuta, a prescindere dalle motivazioni personali, da una selezione naturale, forse servirà sapere che la paura non è supportata da alcuna evidenza scientifica derivabile da «studi epidemiologici formali o da sorveglianze sanitarie (…) e che un controllo proporzionato sui rischi di diffusione di malattie infettive viene già effettuato dagli organismi preposti, soprattutto al momento dell’arrivo dei migranti in Italia».
Una popolazione giovane, destinata e pronta a produrre una qualche forma di reddito, che si sottopone a un viaggio, non solo rischioso, ma anche molto faticoso non può che essere sana ed esente da “esotismi sanitari”. Infatti, «le evidenze epidemiologiche mettono in luce il fatto che l’incidenza delle patologie infettive di importazione è rimasta, nel tempo, del tutto trascurabile (…) in assenza di vettori specifici e delle condizioni socio-economiche favorenti la loro diffusione», si legge nelle Relazione.
Quelle che, invece, farebbero ammalare gli immigrati in Italia, esponendoli alle insidie della marginalità: la continua esposizione a condizioni di povertà in cui sono costretti a vivere comporta il depauperamento del patrimonio di salute di cui arrivano provvisti, generando l’“effetto migrante esausto”.
Recenti studi hanno dimostrato che la maggior parte delle infezioni, per esempio l’Hiv e la tubercolosi, sono avvenute durante la loro permanenza nel Paese di destinazione per il degrado e le pessime condizioni generali a cui si associano malnutrizione e alcolismo, senza trascurare che la perdita di salute del migrante è una conseguenza, pure, della ridotta possibilità di accesso ai servizi sanitari italiani per le scarse informazioni, la difficoltà comunicativa e la precarietà che sopportano. Fatta di disagio e solitudine in una “normalità” che ammala più dell’emergenza: con il rischio che la vulnerabilità si trasformi in malattia (fisica e psichica).
Prova ne sia l’esperienza del poliambulatorio dell’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà (Inmp) a Roma che, nel periodo compreso tra il 2008 e il 2016, su circa ventitremila pazienti senza permesso di soggiorno ha riportato un quadro diagnostico caratterizzato da problemi di salute mentale quali depressione nel 28 per cento dei casi, disturbo da stress post traumatico nel 27 per cento, e ansia nel 10 per cento.
E c’è un importante determinante di salute (fisica e mentale), sconosciuto ai più: la discriminazione basata sull’origine culturale nei luoghi di lavoro. Uno dei pochi studi in materia realizzato dall’Inmp e riportato nella rivista Epidemiologia & Prevenzione nel volume Lo stato di salute della popolazione immigrata in Italia: evidenze sulle indagini multiscopo Istat, dimostra robuste associazioni tra discriminazione razziale percepita ed esiti negativi di salute fra gli immigrati.
Premettendo che il lavoro e le sue implicazioni costituiscono l’aspetto più rilevante di un progetto migratorio e la cui «realizzazione è determinante per la propria percezione esistenziale», percepire una discriminazione in quest’ambito è particolarmente pernicioso. Al di là del dato oggettivo per cui sperimentano maggiori difficoltà nell’accedere a posizioni qualificate e certamente meno corrispondenti al livello professionale che avevano nel Paese di provenienza, vivono sulla loro pelle episodi di invisibile discriminazione a causa delle cattive relazioni tra colleghi o con i superiori. E se è vero che la maggior parte dei loro progetti è orientata al lavoro, «dopo la fase iniziale in cui è prioritario garantirsi la sopravvivenza economica, subentra una visione più ampia, finalizzata a ottenere legittime soddisfazioni di tipo professionale e personale», si legge nello studio. Tradotto: per l’investimento, come «risorsa produttiva per l’arricchimento sociale e culturale», che esprimono nel Paese in cui sono immigrati, desidererebbero un riconoscimento (almeno) dei loro diritti di cittadini e, ottenendolo di rado, «il crollo delle aspettative riposte nella società ospitante influenza negativamente la percezione della propria soddisfazione di vita».
E allora che cosa potrebbe accadere? Il migrante in condizioni di difficoltà, soprattutto di salute, tende a tornare nel proprio Paese d’origine. È il cosiddetto “effetto salmon bias”, certamente meno pericoloso della Sindrome del padre di Sandokan…

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