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Marica ha 39 anni, è separata e ha due figli (di 10 e di 5 anni) di cui uno disabile. All’Ikea di Corsico era stata assunta per lavorare al bistrot e Marica (come succede a moltissimi) ha incastrato i suoi orari di lavoro con i figli, con i loro ingressi a scuola, i rientri in tempo e soprattutto con le cure per il suo primogenito.

Quando l’azienda le ha chiesto di spostarsi al ristorante Marica (mai un richiamo, mai un appunto, nella sua carriera con l’azienda svedese) ha chiesto solo il diritto di riuscire a organizzarsi. Ha chiesto di poter trovare ancora una volta le fessure in cui incastrare il lavoro, i suoi figli, la sua famiglia. Il diritto di farcela, verrebbe da scrivere.

Era disponibile a fare più tardi la sera, lavorare di più ma aveva bisogno di una maggior flessibilità: quella che, tra l’altro, le era stata promessa. Ora il punto non è tanto che l’azienda non sia venuta incontro alle richieste della sua dipendente ma è tutto in quella lettera di licenziamento con cui Marica viene allontanata con l’onta di avere chiesto “troppo”.

Vengono in mente due pensieri, brevi e veloci. La Svezia, innanzitutto, così attenta al welfare, alle mamme e alle famiglie eppure alla svedese Ikea è bastato pochissimo per italianizzarsi nell’accezione peggiore; abbattere l’articolo 18 martellandolo per anni ha provocato un danno più culturale che legislativo e per le aziende è sempre più un “liberi tutti”.

Poi c’è la bassa natalità in Italia, i numeri che proprio ieri sono usciti e tutte queste facce stupite di chi davvero sembra domandarsi perché: chiedetelo a Marica, come si sta da mamma, qui da noi.

Buon mercoledì.

 

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