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«La dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi, Venezia la vende ai turisti», così cantava Guccini nel lontano 1981 e dobbiamo constatare che questi 36 anni hanno consegnato il problema ad una dimensione ben più estesa di quella del capoluogo Veneto.

L’over-tourism nelle città d’arte non è una novità, ma se il fenomeno dell’hosting diffuso, semplificabile con la sigla del più famoso portale che lo facilita e lo oligopolizza, Airbnb, è al centro del dibattito pubblico in tutta Europa e nell’ultimo periodo timidamente anche in Italia, va da sé che sarebbe auspicabile ricevere risposte politiche chiare sulla sua regolamentazione.

La definiscono sharing-economy, l’economia dello scambio, che assume in questo frangente sempre più i tratti della shadow-economy, l’economia ombra, che di condivisione ha poco e molto ha invece di rendita deregolamentata.

Siamo di fronte ad un fenomeno così diverso dalla finanziarizzazione dell’economia? Beh, da un punto di vista formale sì, da un punto di vista sostanziale e soprattutto sociale probabilmente no. Perché se è pur vero che gli attori perlopiù sono singoli cittadini e famiglie e non fondi di investimento opachi, l’impatto sui sistemi di economie locali e sui legami sociali che la residenzialità garantiva, sono altrettanto devastanti, e lo sono in gran parte perché perpetrati diffusamente da soggetti che nel sistema economico attuale restano spesso soggetti fragili.

Per questo motivo il fenomeno va problematizzato in quanto complesso e non facilmente categorizzabile; soprattutto quando l’alloggio lasciato libero dai nonni defunti diventa l’unica o la primaria forma di reddito per il nipote che non riesce a trovare stabili sbocchi sul mercato del lavoro, trasformandosi da soggetto fragile in elemento di ulteriore precarizzazione per i suoi simili, che con lui condividerebbero una uguale difficoltà lavorativa, ma che non hanno avuto la stessa fortuna di ereditare un bene immobile da mettere a rendita ed ai quali è sottratto in quanto destinato ai turisti.

Se questo conflitto sociale è possibile lo si deve in gran parte ad una scelta politica chiara, quella di decidere di non regolamentare o regolamentare male. La decisione presa a luglio con il Dl 50/2017 che estende le agevolazioni fiscali della cedolare secca agli affitti turistici è estremamente simbolica: tale scelta è nata dalla volontà di far emergere dal nero un settore del tutto sommerso. Affrontare il problema solo dal punto di vista fiscale non è soltanto miope ma anche dannoso, così come lo è introdurre il palliativo della tassa di soggiorno obbligatoria per chi affitta su Airbnb. Estendere regimi fiscali agevolativi ai contratti di locazione turistica vuol dire equipararli ai contratti di locazione a finalità residenziale, che prevedono per legge durate minime molto più consistenti, regolamentazione dei diritti e soprattutto garantiscono un diritto all’abitare non precario. Una precarietà permeante che si estende così dal mercato del lavoro al mercato degli affitti e che, per assurdo, può rendere gli sfruttati del primo sfruttatori nel secondo.

In una parola: rendita. Una rendita che talvolta prende le forme dai grandi gruppi immobiliari che speculano sul mercato del mattone acquisendo interi palazzi nei centri storici; altre volte, ed in forma più diffusa, vede l’avvento di nuovi rentier in famiglie che trasformano l’appartamento vuoto rimasto in eredità in un flessibile bed and breakfast azzerando però del tutto il rischio ed i costi d’impresa.

La fotografia che dai dati ci viene resa è allarmante, soprattutto per quanto riguarda la residenzialità. Nel vuoto normativo che esiste, il risultato è che la casa per gli abitanti non c’è, tanto che Firenze, la mia città, si pone al secondo posto in Europa subito dopo Parigi per numero di alloggi offerti su Airbnb in rapporto al numero dei residenti, con la cifra monstre di ben 9226, per la maggior parte interi appartamenti solo nel centro storico (dati Airdna). Abbiamo una città che vede il suo centro storico ed i suoi quartieri limitrofi svuotata dei suoi cittadini, e del cui svuotamento i primi carnefici, talvolta inconsapevoli, sono i suoi stessi abitanti. La convinzione diffusa è che l’affitto tradizionale sia una operazione rischiosa, a causa di una percezione spesso falsata di un tasso di morosità più elevato di quello reale. Pertanto, la possibilità di affittare case per brevi periodi a turisti di passaggio sembra diventare la soluzione migliore per mettere a rendita un bene altrimenti infruttuoso, senza considerare le conseguenze disastrose che una tale scelta diffusa determini nei tessuti sociali, economici e di vicinato. Il dato paradossale è che economicamente spesso non è neanche la scelta più conveniente.

Questo è quello che per esempio ci racconta la bella ricerca effettuata dal Ladest (Laboratorio dati economici storici territoriali, ndr) dell’Università di Siena dal titolo Airification of cities, la quale, analizzando i dati sugli introiti dei singoli host di Airbnb vede una curva dei guadagni del tutto peculiare, per la quale una percentuale decisamente esigua, circa il 5%, guadagna moltissimo dall’affitto turistico mentre il restante 95% guadagna poco o persino meno di quello che guadagnerebbe con un canone di locazione annuo tradizionale.

La sottrazione di alloggi agli abitanti determina vere e proprie migrazioni dal capoluogo ai comuni confinanti, migrazioni che impongono una pressione abitativa e una richiesta di servizi non gestibili dalle amministrazioni esistenti, che si trovano così a dover affrontare problemi del tutto inediti su scale di grandezza assolutamente sproporzionate.

È un problema di regolamentazione? Credo di sì, e credo anche che prima ancora si tratti di un problema politico. Decidere di non fare delle scelte di carattere generale su un bisogno così primario come è la casa equivale a decidere di far prevalere il privilegio di alcuni sul diritto di molti. Combattere il fenomeno delle rendite immobiliari derivanti dagli affitti turistici non è una scelta di sinistra, è una scelta di buon senso.

Rendere l’affitto turistico non conveniente per i proprietari di immobili porterebbe a dei benefici immediati in molteplici campi. Innanzitutto restituirebbe ai cittadini un patrimonio abitativo in grado di rispondere con il canale degli affitti a canone concordato alla sempre più pressante richiesta di casa, richiesta che altrimenti è destinata a riversarsi nelle graduatorie per l’assegnazione di alloggi popolari. Una città abitata da cittadini inoltre è una città che riapre ai servizi e riapre ai tessuti di vicinato, permette la sopravvivenza degli esercizi commerciali di quartiere e delle botteghe artigiane, quelle realtà che scompaiono per l’avvento del turismo di massa ma che spesso sono proprio l’obiettivo dei turisti in questi anni. Perché se una cosa Airbnb ci ha insegnato è che il turista di oggi vuole viaggiare, ma vuole viaggiare nei posti dove non ci sono i turisti. Diminuire l’offerta vorrebbe dire rendere forse reversibile quel processo che ha reso le città d’arte delle Disneyland artefatte.

Colpire le rendite, seppur piccole, risulterebbe come un beneficio anche per chi crede nel dogma liberale del “stesso mercato, stesse regole”, molto spesso invocato dagli attori economici del settore che si sono visti mangiare una fetta importante dei profitti da parte dell’avvento dell’hosting diffuso, non regolamentato e non tassato in modo analogo e che di conseguenza non è in grado di fornire le stesse tutele in termini di sicurezza al consumatore finale: il turista.

Pertanto sia guardandola da destra che da sinistra rendere meno convenienti gli affitti turistici colpendone la rendita sembra essere la scelta migliore per tutti.

E se la politica dovesse aver paura di spiacevoli conseguenze elettorali basterebbe ricordare che, l’ultima volta che ho controllato la nostra Costituzione, la proprietà privata veniva ancora annoverata fra i rapporti economici e non fra i diritti inviolabili.

Andrea Donato è membro del Centro studi Sunia Firenze.

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