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C’è un’occupazione dimenticata che sta attraversando l’Italia. Da Milano a Palermo, passando per Roma e Firenze. A metterla in atto sono i ricercatori e i lavoratori del CNR che chiedono l’assunzione dei precari, nel silenzio quasi assoluto dei mezzi d’informazione, in vista dell’ormai imminente approvazione della Legge di stabilità.
Le sedi occupate stanno aumentando di giorno in giorno. Una delle prime è stata Pisa, più di un mese fa, alla quale si sono aggiunte nel tempo Roma, Milano, Cosenza, Bologna, Palermo, Bari, Sassari e Firenze. Anche qui, per la precisione nel comune di Sesto Fiorentino a due passi dall’Accademia della Crusca, una settimana fa è stata votata l’assemblea permanente per chiedere al Governo la stabilizzazione del personale precario.
Solo a Sesto Fiorentino sono circa trecento i lavoratori che rischiano di non vedersi rinnovato il contratto. In generale oltre un terzo del personale del Consiglio nazionale delle ricerche è precario, con un’anzianità media di oltre 7 anni che in certi casi raggiunge addirittura i 20, per un totale di oltre 10 mila precari in tutta Italia.
Per i più fortunati, almeno finora, era previsto un contratto a tempo determinato rinnovato di volta in volta. Altrimenti ci si deve accontentare di assegni di ricerca o borse di studio anche per i lavoratori quasi 50enni.
Gli stanziamenti previsti dalla Legge di Stabilità, affermano i dipendenti, sono assolutamente irrisori: “Briciole in confronto alla realtà dei numeri. Per il 2018 sono previsti 10 milioni per tutti i precari, e questo significa poter stabilizzare al massimo 400 lavoratori”.
Ha provato a metterci una pezza Rosa Maria Di Giorgi, vice presidente del Senato e già assessore comunale alla pubblica istruzione a Firenze nella giunta Renzi, nonché ricercatrice del CNR, che il 4 dicembre, è arrivata a Sesto Fiorentino rassicurando i dipendenti che “i primi buoni risultati già ci sono, anche se si fa molta fatica a far passare l’idea dell’importanza della ricerca anche all’interno della mia stessa forza politica”.
Ma il tempo stringe. Entro un paio di settimane infatti si chiudono i giochi, e se non verrà approvato l’emendamento Di Giorgi alla Legge di Stabilità il rischio concreto del mancato rinnovo dei contratti per mancanza di fondi sarà diventato realtà.
Uno degli argomenti dell’incontro di ieri è stato proprio l’emendamento presentato dalla senatrice, duramente criticato dai lavoratori nei giorni precedenti, soprattutto dai ricercatori pisani: “Nel testo dell’emendamento si fa riferimento solo a due delle quattro categorie dei lavoratori del CNR, i ricercatori e i tecnologi. E tutti gli altri? Il nostro è un lavoro di squadra, senza l’apporto di tutti non possiamo portare a termine le nostre ricerche. Non possiamo credere che sia solo un refuso da parte della senatrice Di Giorgi, che è anche ricercatrice del Cnr”. Di Giorgi ha però tranquillizzato i dipendenti, confermando che si era trattato di un errore di trascrizione e dichiarandosi sorpresa delle forti reazioni dei lavoratori.
Sulla spinosissima questione dei fondi, Di Giorgi ha dichiarato che “l’obiettivo deve essere quello di utilizzare le risorse che sono adesso a disposizione degli enti di ricerca per l’assunzione di personale. Questo era già possibile ma nel caso in cui gli enti non dovessero dare seguito, il Governo provvederà a vincolarli con provvedimenti di legge”. Le preoccupazioni dei lavoratori infatti vertevano sul fatto che questi fondi potessero essere utilizzati dagli enti stessi non tanto per stabilizzare i lavoratori ma per sanare i bilanci non proprio brillanti.
Altro punto critico dell’emendamento passato in Senato, e a breve in discussione alla Camera, riguarda la necessità del cofinanziamento degli enti in egual misura con il governo. Considerando la scarsità delle risorse messe a disposizione, 10 milioni per il 2018 e 50 milioni per il 2019 e il 2020, i timori riguardano l’effettività capacità di cofinanziamento da parte degli enti.
Anche sul fronte interno però le cose non vanno meglio. I dipendenti hanno chiesto infatti, già a fine novembre, al presidente del Cnr Massimo Inguscio di rispettare gli accordi di stabilizzazione graduale dei lavoratori a tempo determinato (oltre 4700 su 11700 dipendenti) distribuiti nei 108 istituti d’Italia. “La legge Madia oggi offre la possibilità di assumere chi ha i requisiti, e il presidente deve mantenere le promesse fatte” ribadiscono i lavoratori. In collegamento video da Roma con l’assemblea di Sesto Fiorentino anche Inguscio ha usato parole distensive nei confronti dei lavoratori dichiarando che l’ente si impegnerà a cofinanziare la quota destinata all’ente per la stabilizzazione dei precari.
E pensare che il CNR nel 2014 è stato riconosciuto come una delle 200 migliori istituzioni di ricerca nel mondo dalla prestigiosa rivista Nature, unica italiana, e secondo una ricerca commissionata dal governo britannico, i risultati della ricerca italiana, per numero di pubblicazioni e citazioni, sono più che eccellenti nonostante il nostro Paese sia ultimo per investimenti e personale. Secondo gli obiettivi fissati dall’Unione Europea infatti, ogni Paese europeo dovrebbe investire almeno il 3% del proprio PIL nella ricerca, mentre in Italia ci si attesta intorno ad un misero 1.3%.
Al termine della lunga giornata in assemblea permanente, i lavoratori del Cnr di Sesto Fiorentino hanno diramato un comunicato nel quale si legge: “Sebbene l’incontro abbia chiarito alcuni degli aspetti problematici, resta il fatto che i fondi attualmente previsti copriranno nel triennio 2018-2020 circa 2mila assunzioni sugli oltre 10mila precari degli enti di ricerca.
Per quanto riguarda l’aumento dei fondi dal 2018, Di Giorgi ha affermato che si cercherà di fare il massimo sforzo, nel percorso alla Camera, per aumentare gli attuali 10 milioni che equivalgono comunque a circa 400 assunzioni. Resta tutto da verificare”.
“Ma se la ricerca è così importante come si afferma sempre- ha commentato infine una ricercatrice- era proprio necessario arrivare fino a questo punto?”. Difficile darle torto.

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