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Dopo le conquiste degli anni Settanta, i diritti civili, la legge 194 sull’interruzione di gravidanza, i consultori e la progressiva secolarizzazione della società italiana non avremmo mai pensato di dover combattere il ritorno della più retriva politica, misogina e paternalista. Ma con nostra grande costernazione dobbiamo prendere atto che oggi si ripresenta sotto molteplici aspetti. In modo palese e marchiano nei violenti discorsi dei leghisti e delle destre neonaziste (in veste di skinhead o in rassicurante doppio petto) che delirano a proposito di «sostituzione etnica» della razza italiana per l’arrivo dei migranti. E in modo subdolo e coperto nelle politiche cattoliche e assistenzialiste del centrosinistra da Renzi a Gentiloni. Dal Fertility day lanciato del ministro della Salute Beatrice Lorenzin all’anti storica scelta del Pd di istituire un dipartimento “mamme”, come se fossimo ancora negli Cinquanta e il Pd fosse la Dc…Poi c’è sempre chi è più realista del re.

La dem Prestipino, «pasionaria animalista» (così si è auto definita) ai microfoni di Radio Cusano è arrivata a dire bisogna fare più figli per salvare la razza italiana. In tanti si sono scagliati – giustamente – contro il sindaco leghista di Pontida che ha ideato i parcheggi rosa per le donne in gravidanza, vietati a immigrate e lesbiche. Ma sono molti di meno quelli che si sono scandalizzati quando il grillino Giancarlo Cancelleri ha detto di volere una donna all’agricoltura, dacché «la terra dà i frutti come la donna fa i figli». Casi isolati? Non si direbbe, vista la frequenza e virulenza di affermazioni misogine pronunciate dai politici italiani, cattolici di centrodestra e di centrosinistra, che vorrebbero rimandare le donne a casa a fare figli per la patria.

Se nella corsa a sindaco di Roma il candidato di Forza Italia Bertolaso ebbe a dire della sfidante Meloni (Fratelli d’Italia): «Deve fare la mamma, mi pare sia la cosa più bella che possa capitare a una donna», esponenti di centrosinistra hanno fatto a gara per stabilire quanti figli debba fare ogni italiana. È accaduto la scorsa estate al Meeting di Rimini organizzato da Comunione e liberazione. Ispirato dal tonante titolo Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo, sette sindaci, di cui sei di centrosinistra, si sono sfidati sul tema della denatalità e dell’Italia che invecchia, sciorinando ricette. L’impareggiabile sindaco di Firenze Nardella se ne è uscito così: «Oggi il livello di natalità in Italia è di 1,34 figli per donna. Vogliamo e dobbiamo arrivare a due figli per donna per garantire un ricambio generazionale e per garantire la capacità di raccogliere l’eredità e di lasciarla ai nostri figli». Nelle settimane scorse, alla Leopolda8, Renzi ha rincarato la dose: dopo il bonus bebè sulla scia di Berlusconi, ha lanciato la proposta di 80 euro in premio alle famiglie con prole. «Perché un Paese che non fa figli non ha futuro». Ipse dixit. Come se i figli dei migranti non esistessero. Come se non ci fossero in Italia tanti italiani senza cittadinanza. Come se il numero sempre più consistente di italiane senza figli fosse dovuto esclusivamente alla precarietà e a difficoltà economiche (che comunque con il bonus bebè non si risolvono certo).

Difficoltà oggettive come la carenza di servizi e asili nido, che in Italia fanno della maternità un ostacolo al lavoro, ci sono eccome. Ma non si può negare che anche da noi la società reale è sempre più laica. E non avere figli può essere una scelta. Secondo un’indagine Istat è in continua crescita il numero di italiane childfree, che scelgono consapevolmente di non avere figli. Ma per questa cattolicissima classe di governo è una bestemmia. Sordi alle conquiste della moderna psichiatria quando afferma che l’istinto materno non esiste e che la creatività femminile non è procreare come i conigli, i politici nostrani continuano a propugnare la mitologia della mamma e della moglie ma raramente pronunciano la parola donna. E ahimè questa parola risuona poco anche nelle assemblee di nascenti formazioni come Campo progressista e Liberi e uguali. Non pare del tutto un caso che Cinzia Sasso Pisapia abbia pubblicato un libro dal titolo Moglie rivendicando con orgoglio questo ruolo. E non appare un caso che il 3 dicembre a Roma sia risuonata la parola moglie, si sia parlato tanto di figli, nipoti e insieme denatalità, mentre non solo era assente la parola donna, ma le donne sul palco figuravano solo come testimonial. Mamme piuttosto che donne, non è solo una scelta lessicale ma politica come ben si vede. Una scelta che evoca il fantasma della Democrazia cristiana.

 

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola


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