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Una volta i cantastorie andavano in giro per le strade, tra paesi e paesaggi spesso disabitati, a raccontare storie comuni che, dette da loro, diventavano storie di sempre. Parlo di artisti come Orazio Strano, ad esempio, che col suo carretto partiva ogni mattina e al posto del latte lui fuori dalle porte delle case lasciava l’eco delle sue storie. Oggi qualcuno li ha dati per vinti, ai cantastorie intendo, insieme a poeti, artisti e altri sognatori. Ma se ci guardiamo bene attorno, scopriamo che esistono ancora. E ancora hanno qualcosa da raccontarci. Si muovono forse diversamente, si presentano su altre scene ma, come succedeva una volta, basta poco per inchiodarci sulla sedia ad ascoltare la storia di quella ragazza ad esempio, quella «che in un caldo pomeriggio d’agosto andava al cinema da sola. Una volta finito il film saliva su un autobus a caso, il 718, e da lì partiva il suo folle viaggio attraverso la città. Ogni giorno cercavo di immaginare cosa potesse accaderle, e da lì in poi non ho più smesso di raccontare». «Si può dire che tutto è nato così», ci racconta Alessandro Pieravanti a proposito di questa sua magica attitudine nel raccontare le storie. A quei tempi le scriveva su Myspace. Il suo progetto si chiamava, appunto, 718.

Alessandro Pieravanti è però innanzitutto un musicista, batterista e voce narrante del gruppo folk romano Il muro del canto. Negli anni ha pubblicato due libri, 500 e altre storie e Mestieri. Nel primo, pubblicato da Goodfellas Edizioni, troviamo una serie di storie metropolitane insieme ad altri scritti ispirati ad alcuni suoi amici musicisti. L’altro invece è un instant book realizzato da Pieravanti dopo aver curato una rubrica per il programma radiofonico Slidin’ Bob, condotto da Roberto Angelini e Martina Martorano su Radio Sonica. Agli ospiti, per lo più musicisti, veniva chiesto quale mestiere avrebbero scelto se non avessero intrapreso la carriera del musicista.

Oggi Pieravanti cura un programma per Radio Sonica, Raccontami di te, trasmesso in diretta dal locale romano Na cosetta. Ed è lì che noi lo abbiamo conosciuto, mentre intervistava Elio Germano sotto vesti meno conosciute dal grande pubblico, quelle di musicista e amante del rap. Quella sera Germano indossava un cappellino sotto il quale sembrava volesse nascondersi, più che mostrarsi al pubblico curioso di sapere qualcosa di più su uno degli attori più apprezzati in questi anni. «Ma se tu dovessi invitare al tuo programma gente totalmente sconosciuta» abbiamo chiesto a Pieravanti in un altro momento, «eppure allo stesso modo interessante, chi sceglieresti? Chi sono per Alessandro Pieravanti gli invisibili che, seppure in silenzio, provano a constrastare le righe di questo presente distopico che ci troviamo a vivere?».

E lui ci ha risposto: «Le storie sono sempre interessanti a prescindere da chi ce le racconta. Sto lavorando ad un’idea che vede fondere i miei ultimi due progetti Raccontami di Te, e Mestieri. Forse le prime persone a cui darei voce sono quelle che incarnano nella loro quotidianità l’essenza del lavoro che fanno, mi vorrei far raccontare come hanno iniziato, come il loro lavoro è cambiato nel tempo, i gesti di tutti i giorni, il loro personale punto di vista, da dentro, un punto di vista privato e a volte segreto, quindi magico».

Oggi dunque, i cantastorie esistono ancora. Ma oggi soprattutto il pubblico ha ancora voglia di ascoltare quelle storie. Eppure tra tutti quei mestieri che troviamo sfogliando il libro di Pieravanti, il cantastorie non compare da nessuna parte. Troviamo il pescatore, il fotografo, persino il ladro, ma il cantastorie mai. E quando gli abbiamo chiesto che lavoro avrebbe fatto lui in alternativa, ci ha risposto che comunque sarebbe diventato musicista.
Intanto noi, che abbiamo amato le sue storie, ci auguriamo di continuare ad ascoltarle e speriamo che un giorno, di fronte al pubblico che brinda alla giornata, lui riprenderà a raccontarci la storia di quella ragazza sul 718 e della città che non l’ha dimenticata.

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